Sta per cominciare il Mondiale senza l’Italia che non c’è perché il calcio è come il Paese: mancano fiducia, serenità e sicurezza
Aldo Cazzullo scrive sul Corriere della Sera che il prossimo Mondiale di calcio sarà un evento straordinario sia dal punto di vista sportivo sia da quello politico, e proprio per questo appare ancora più amara l’assenza dell’Italia, eliminata dalla Bosnia nelle qualificazioni. Sarà il Mondiale degli ultimi grandi protagonisti di una generazione, da Lionel Messi a Cristiano Ronaldo e Luka Modrić, ma anche un torneo fortemente legato agli equilibri geopolitici, ospitato tra Stati Uniti, Messico e Canada. L’autore osserva come Donald Trump utilizzerà inevitabilmente la ribalta mondiale come occasione di affermazione politica, in un contesto segnato dalle tensioni con il Messico, dai rapporti con il Canada e dal conflitto con l’Iran, che sarà comunque presente alla competizione. In questo scenario, l’assenza dell’Italia viene interpretata da Cazzullo come il segnale di un declino che va oltre il calcio. La Nazionale, priva di risultati e di punti di riferimento, rifletterebbe una crisi più ampia del sistema sportivo e, in parte, del Paese. L’autore ricorda anche una stagione deludente per i club italiani, con eliminazioni precoci e risultati inferiori alle aspettative nelle competizioni europee. Il calcio, sostiene, non è mai soltanto sport: nel 1982 contribuì a restituire fiducia a un Paese uscito dagli anni di piombo, mentre il successo del 2006 coincise con una fase di maggiore ottimismo collettivo. Oggi, invece, il quadro è segnato anche dal declino demografico e da un rapporto diverso delle nuove generazioni con il calcio, sempre meno praticato e seguito rispetto al passato. Per Cazzullo non basta osservare che l’Italia eccelle in altri sport: il calcio resta un elemento centrale dell’identità popolare nazionale. Occorre quindi investire di più nella formazione, nelle infrastrutture e nella crescita dei giovani, recuperando una cultura calcistica fondata su tecnica, agonismo e divertimento. L’autore sottolinea inoltre la necessità di valorizzare pienamente i nuovi italiani, che finora hanno inciso meno che in altre discipline sportive. La conclusione è che il problema non riguarda soltanto allenatori o giocatori: la mancanza di fiducia, serenità e sicurezza mostrata dalla Nazionale rifletterebbe uno stato d’animo più generale del Paese, chiamato a una più ampia opera di ricostruzione.





