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Schemi societari, supermercati e parchi eolici: scoperti 200 milioni nascosti da “u Siccu”

Ariel Piccini Warschauer.

Per trent’anni è stato un latitante coperto da complicità negli apparati dello Stato. Un’ombra capace di muoversi indisturbato tra i vicoli della sua Castelvetrano e le cliniche di lusso di mezza Sicilia senza mai lasciare traccia. Ma se la cattura di Matteo Messina Denaro, avvenuta il 16 gennaio 2023, sembrava aver chiuso il capitolo più buio di Cosa Nostra, la verità è che il capitolo più misterioso si sta schiudendo soltanto adesso. Perché un boss non è tale solo per la sua capacità di uccidere, ma per la montagna di soldi su cui siede e per le complicità in grado di garantirsi proprio grazie ai suoi profitti illeciti. 

E la cassaforte di “ù Siccu”, il Secco, è finalmente uscita dal silenzio e dall’omertà.

Un’operazione della Direzione Distrettuale Antimafia (DDA) di Palermo ha squarciato il velo su un impero economico da capogiro: oltre 200 milioni di euro in beni sequestrati e tre arresti eccellenti. Ma la vera sorpresa non è quanto il boss avesse, bensì dove lo nascondeva. Le tracce dei soldi portano dritto al cuore dell’Europa. Anche in Svizzera.

Come si fa a nascondere un tesoro del genere nell’era dei controlli digitali e degli algoritmi bancari? La risposta è un’architettura finanziaria diabolica, disegnata per rendersi invisibile. Schermi sovrapposti, scatole cinesi, flussi frazionati. Un labirinto di fumo in cui gli inquirenti hanno dovuto scavare per mesi e che richiedeva sicuramente consulenze di altissimo livello professionale. 

Il punto di partenza è il peccato originale di Cosa Nostra: il narcotraffico internazionale degli anni Ottanta e Novanta. Fiumi di cocaina ed eroina che generavano miliardi di lire, poi diventati centinaia di milioni di euro. Quei soldi, però, non potevano essere nascosti sotto terra o nei fustini del detersivo. Dovevano “girare”.

Ed è qui che entra in gioco la rete dei colletti bianchi. Il denaro sporco veniva ripulito attraverso triangolazioni opache passate per Andorra, Gibilterra, il Lussemburgo, il Libano, il Principato di Monaco, le Isole Cayman e la Spagna. Ma un ruolo chiave, secondo gli investigatori, lo avrebbe avuto la Svizzera, storico snodo per i capitali che cercano la massima riservatezza.

La strategia di Messina Denaro era geniale nella sua perversione: diversificare per non dare troppo nell’occhio. I soldi della droga venivano iniettati in attività commerciali insospettabili e perfettamente legali, capaci di generare altro denaro pulito.

 Il boss ha investito nella grande distribuzione comprando intere catene di supermercati e punti vendita alimentari in Sicilia, gestiti da prestanome incensurati, che fatturavano milioni di euro al giorno.

Il boss aveva capito prima degli altri dove si stavano spostando i grandi finanziamenti pubblici. I suoi uomini avevano investito massicciamente nell’energia rinnovabile, acquistando terreni e finanziando parchi eolici e impianti fotovoltaici.

 Persino la bellezza veniva usata come scudo. Il boss, amante del lusso, delle donne e dei beni culturali, ripuliva capitali acquistando e trafficando opere d’arte di valore inestimabile.

«Un’architettura finanziaria disegnata millimetricamente per non farsi vedere», spiegano gli inquirenti. Una rete che andava ben oltre la Sicilia, trasformando la mafia dei paesi in una holding finanziaria transnazionale.

Con il blitz di oggi, la Procura ha assestato un colpo mortale a quello che restava del clan di Messina Denaro. I tre arrestati, accusati di impiego di denaro di provenienza illecita con l’aggravante dell’agevolazione mafiosa, erano i custodi delle chiavi di questo impero.

Messina Denaro è morto pochi mesi dopo il suo arresto, portandosi nella tomba molti segreti. Ma le carte, i computer e i flussi bancari sequestrati in questa maxi-operazione parlano per lui. La caccia al tesoro non è finita: i magistrati sono convinti che nei conti cifrati all’estero ci sia ancora molto da scoprire. Il fantasma non c’è più, ma le sue ricchezze continuano a tremare sotto i colpi della giustizia.

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