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Santa Maria della Scala, sul futuro finalmente un confronto civile e costruttivo tra Leone e Piccini

Giulio Pellizzi.

Va riconosciuto a Sfogliamo.eu e a Stefano Bisi, e oggi anche a La Nazione, un merito non secondario: aver dato visibilità ad uno scambio di opinioni e riportato il futuro del Santa Maria della Scala dentro un dibattito pubblico degno di questo nome. Non è poco, in un tempo in cui le questioni più importanti vengono spesso consumate tra dichiarazioni frettolose, frasi d’effetto e polemiche istantanee. Restituire questo tema al terreno dell’argomentazione, della memoria e della responsabilità significa già sottrarlo al destino minore della contesa occasionale.

Dentro questa cornice va letto il confronto epistolare (da quanti anni a Siena non si leggeva di uno scambio di opinioni in forma costruttiva?) tra Cristiano Leone e Pierluigi Piccini. Non come semplice divergenza personale, e nemmeno come schermaglia fra antiche e nuove legittimazioni, ma come emersione di due paradigmi. Da un lato, la preoccupazione che la storia venga esposta all’arbitrio della contingenza; dall’altro, l’esigenza che la storia non resti prigioniera della propria venerazione.

Piccini richiama il valore dei dispositivi di garanzia, la necessità di ancorare il futuro a forme capaci di resistere al mutare degli assetti politici. È una posizione che conserva un’evidente nobiltà istituzionale. Ma non basta più. Perché il Santa Maria, oggi, non può limitarsi a essere il luogo in cui si difende una memoria. Deve tornare a essere il luogo in cui quella memoria produce civiltà contemporanea.

È qui che la lettera di risposta e la figura di Leone assume rilievo. Non tanto per la rivendicazione di una linea, quanto per il tentativo di collocare il complesso dentro un orizzonte meno museale e più generativo. La sua insistenza sulla continuità non va letta come formula di semplice conservazione, ma come sforzo di far emergere, dalla lunga stratificazione del Santa Maria, una possibilità attuale. In altri termini: non custodire soltanto ciò che è stato, ma restituirgli una funzione nel presente.

La settimana che si apre, con il passaggio del nuovo Statuto della Fondazione in Commissione cultura, segna da questo punto di vista una soglia importante. Uno statuto non è un ornamento giuridico, è la forma attraverso cui un’istituzione decide il proprio carattere, i propri fini, il proprio equilibrio interno. In una vicenda segnata troppo a lungo da sospensioni, rinvii e incompiutezze, il fatto che si tenti di dare al Santa Maria una più chiara intelaiatura non è dettaglio tecnico, ma atto culturale.

Su questo terreno si misura anche la qualità della fase amministrativa in corso. Senza enfasi e senza proclamazioni, Palazzo pubblico sembra muoversi nella direzione più difficile che non è quella dell’uso simbolico del Santa Maria, ma quella della sua ricomposizione come organismo vivo, capace di tenere insieme eredità e trasformazione. In una città spesso trattenuta dal peso delle proprie memorie, è un indirizzo che merita attenzione.

La domanda decisiva, in fondo, resta una sola: se un luogo di oltre mille anni debba limitarsi a testimoniare ciò che è stato, o se possa ancora diventare una forma del possibile. È su questo crinale che si gioca il futuro del Santa Maria. E forse, per la prima volta dopo molto tempo, il confronto aperto da Leone e Piccini non riguarda soltanto il passato da difendere, ma il presente da costruire.

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