Reintrodurre il voto di preferenza, la ricetta di Casini per battere l’antipolitica
Pier Ferdinando Casini vuole reintrodurre il voto di preferenza. Lo afferma in una intervista al Quotidiano Nazionale.
Presidente Pier Ferdinando Casini è scontro tra maggioranza e opposizione sulla legge elettorale, lei come la valuta?
“Con molto disincanto perché quando le coalizioni hanno fatto le leggi elettorali per un obiettivo non è mai stato raggiunto, anzi, è sempre successo l’opposto. Ma c’è un punto che per me è dirimente: noi dobbiamo restituire lo scettro ai cittadini, sono loro che devono scegliere i parlamentari. Quando sono diventato parlamentare nel 1983, ma anche dopo e, per certi versi, pure con i collegi uninominali, i cittadini conoscevano i loro parlamentari. Oggi non è così perché i partiti non esistono più, sono diventati comitato elettorale dei leader e i leader scelgono dal primo all’ultimo parlamentare”.
Il tema delle preferenze crea tensioni nella maggioranza, in special modo con la Lega che è contraria. Crede si possa aprire uno spiraglio durante il dibattito parlamentare?
“Non so se è la Lega che ostacola le preferenze, se è così mi permetto di dire, quasi paternamente, che, agli sbagli che ha fatto con Vannacci, ne aggiunge uno ancora più grave, perché sarà ritenuta responsabile di una scelta verticistica che la gente ritiene intollerabile. Privare i cittadini delle preferenze significa dare un contributo straordinario all’antipolitica, alimentando fenomeni di contestazione sistemica come Vannacci. Altri contenuti, anche del movimento di Vannacci, possono essere ritenuti demagogia ma chiedere le preferenze non è demagogia, è sostanza”.
Vannacci incarna oggi una spinta antipolitica come Grillo quindici anni fa?
“Per certi versi sì. Sono convinto che se Vannacci non si presenterà in un’alleanza ma andrà da solo, prenderà voti a trecentosessanta gradi, non solo nel bacino della destra. Inglobarlo o meno nell’alleanza di centrodestra è un problema loro, non do consigli”.
Il fatto che il candidato premier debba essere indicato al momento della presentazione dei programmi può creare difficoltà al campo largo?
“La Costituzione non può essere svuotata di significato, ma l’indicazione di un responsabile della coalizione – e non di un presidente del Consiglio perché questo sarebbe una lesione allo spirito costituzionale – è stata fatta anche in passato e non vedo lesa maestà per nessuno. Certo, dove, come nella destra, c’è una leadership forte come quella di Meloni non ci sono problemi mentre nella coalizione dove sono in corso discussioni può darsi ce ne siano, ma si superano con i criteri: o il criterio è quello che il partito maggiore esprime il responsabile della coalizione, oppure si mette in atto un sistema elettivo, tipo primarie, per sceglierlo. Questioni politiche non possono essere delegate alla riforma della legge elettorale ma risolte con i criteri della politica”.
È in ritardo il centrosinistra su questo?
“Non è mai troppo tardi, a volte quando ci si avvicina alle campagne elettorali è bene scegliere i tempi con cura, perché arrivare troppo tardi è sbagliato ma anche arrivare troppo presto. Adesso è il momento, per il centrosinistra”.
I rapporti Italia-Usa si stanno logorando?
“Non sono in discussione, se posso fare una battuta: i presidenti passano, i Paesi rimangono. I nostri rapporti di amicizia, commerciali e culturali sono talmente forti che non credo Trump possa farli deragliare. Oggi parliamo delle cose che dice come se fossero il Vangelo, ma magari fra sei mesi ci sarà un Congresso e un Paese che non gli rispondono più”.
Tra meno di tre anni si vota per il Quirinale, il Paese è pronto per un presidente donna?
“Sì senz’altro, è pronto il Paese ed è pronta la politica, tutti sono pronti, l’Italia non ha nessun problema ad avere un presidente della Repubblica donna, per il Quirinale non ci sono problemi di genere o di carta di identità ma questioni di merito. Ci sono donne che lo farebbero benissimo”.





