Quel compromesso che ha fatto crescere il Monte nei secoli
Giovanni Minnucci*.
Facce da Monte. Una storia italiana dal 1977 al 1995, recentemente pubblicato dall’editore Betti – un valorosissimo editore, soprattutto di cose senesi – è l’ultima fatica di Stefano Bisi, giornalista e, a più riprese Direttore di quotidiani, da sempre molto attento e partecipe alle vicende della Città del Palio e delle sue Istituzioni. Un libro nel quale – come Stefano Bisi spiega molto bene nella brevissima Introduzione – si ripercorre la vita di Rocca Salimbeni attraverso la narrazione delle vicende di alcuni personaggi che hanno governato e amministrato l’Istituto, o che se ne sono occupati in ragione dei ruoli istituzionali rivestiti. Si tratta, dunque, di veri e propri “medaglioni”, vergati con la penna di un giornalista di lunghissimo corso. Non un libro di storia, nel senso di storia istituzionale, di storia economica o di storia politica – chi volesse un approccio del genere può utilmente leggere il volume di Pier Francesco Asso e Sebastiano Nerozzi, Il Monte dei Paschi nel Novecento. Storia di una banca pubblica (1929-1995). Donzelli, Roma 2016 – ma un libro che ha un taglio tutt’affatto diverso: una lettura delle vicende che hanno caratterizzato un periodo di storia, specchio, in qualche misura, di un’epoca definita.
La storia del Monte dei Paschi prende avvio nel 1472 – chi volesse approfondirla potrebbe utilmente ricorrere, non solo ai 9 risalenti volumi di Narciso Mengozzi (1891-1925) ma a quello, più recente, di Giuliani Catoni, con Schede di Roberto Barzanti, I secoli del Monte, 1482-1929, edito nel 2012 – un’epoca nella quale la predicazione francescana, in particolare dell’Osservanza minoritica, induce all’apertura di numerosi Monti di pietà, soprattutto nell’Italia centrale, finalizzata a porre un argine alle usurae: tema complesso, che esula dal nostro discorso. Basterà qui ricordare che il Monte a Siena non è di fondazione minoritica – com’era avvenuto in altre città (Perugia, Orvieto) – ma l’esito di una determinazione della Repubblica senese il cui Consiglio della Campana adotta un’apposita deliberazione il 4 marzo 1472.
Un legame con la Città che non si è mai interrotto, nemmeno nei momenti in cui, caduta la Repubblica senese, l’Istituto ha continuato ad esser governato dalle Istituzioni cittadine, con il concorso, ma numericamente minoritario del governo Granducale (nel 1568 degli 8 componenti che lo amministrano solo 2 sono di nomina del Governo fiorentino: il custode dei pegni e il camarlengo). Ed è oltremodo significativo che, a distanza di secoli, nel momento in cui la Toscana entrava a far parte del Regno d’Italia, ancora una volta si sottolineava come il Monte «fosse grande sollievo ai mali prodotti dalla caduta della Repubblica senese; tenendone ferme le basi, modificò col variare dei tempi i propri statuti; estese poco a poco le sue operazioni; sopravvisse a tutte le mutazioni politiche e ai pericoli da cui fu minacciato nel primo impero francese; fu prima Banca fondiaria in Europa; è sola adesso in Italia. Il Municipio di Siena, che ne ha la tutela, elegge la direzione e gl’impiegati del Monte. La prima è composta di otto nobili ch’entrano in carica quattro per anno e hanno voto decisivo. Il provveditore, che ha voto consultivo, e gli altri impiegati sono adesso inamovibili e confermati dal Governo. Ogni anno la sua amministrazione è riveduta dalla Corte dei conti e il suo bilancio consuntivo dalla Prefettura e dal Municipio di Siena. Il Monte di Pietà e la Cassa di risparmio hanno amministrazione separata, ma dipendono dalla stessa direzione ….». Un legame che si è mantenuto nella seconda metà dell’Ottocento, epoca durante la quale il Monte dei Paschi di Siena è positivamente intervenuto, ad esempio, per sostenere i restauri della Cattedrale senese, grazie a Ferdinando Rubini che fu contestualmente Rettore dell’Opera del Duomo e amministratore, ai più alti livelli della Banca, o in favore dell’Università, e che si è perpetuato anche nel Novecento allorquando, nel 1936, con la promulgazione della legge bancaria, il Monte acquisiva la qualifica di Istituto di diritto pubblico, riuscendo a mantenere presente la “senesità” di gran parte dei suoi amministratori. Una “senesità” che ha continuato a caratterizzare la storia dell’Istituto fino agli anni dei quali si occupa Facce da Monte.
Sia qui consentito sottolineare che – invitando chi è interessato a questo spicchio di storia, alla lettura del denso e agevole volume, che si caratterizza per la narrazione, talvolta assai gustosa, di episodi caratterizzanti e significativi di ogni personaggio ricordato – siamo di fronte alla descrizione, talvolta particolareggiata, di un modo di essere, di un modo di “fare politica” proprio di quel periodo. Forse – per una lettura critica ed alta di quegli eventi – può essere utile far ricorso ad un vecchio ma sempre attuale saggio di Luigi Einaudi, apparso in “Idea” nel gennaio 1945: “Major et sanior pars”, ossia della tolleranza e dell’adesione politica. Concludendo quel lungo ed articolato contributo – un testo nel quale si affrontava il risalentissimo tema delle maggioranze negli organi di governo (un argomento emerso per la prima volta nel capitolo 64 della Regola di San Benedetto da Norcia, ma discusso per secoli), Einaudi si soffermava, in conclusione, sull’argomento del “compromesso”. Dopo aver stigmatizzato il compromesso politico del “do ut des”, il grande economista e futuro Presidente della Repubblica italiana, affermava che «il vero compromesso è… avvicinamento tra gli estremi, superamento degli opposti in una unità superiore». Era un programma, per un’Italia da poco caratterizzata dalla presenza di più partiti, che si sarebbe sublimato nella scrittura della Carta costituzionale, frutto, com’è evidente, di “compromessi” fra diverse, e talvolta opposte, ideologie, ma tutte conclusivamente orientate alla costruzione di uno Stato democratico che si sarebbe sorretto su un documento che avrebbe contribuito a fondarlo e a delinearne l’azione politica nel futuro.
Credo che quelle idee sul “compromesso”, pur tra alterne vicende, abbiano spesso caratterizzato, e a lungo, la vita politica italiana, e certamente – come il libro di Bisi dimostra – anche la storia del Monte dei Paschi di Siena per l’epoca considerata. Talvolta, negativamente, attraverso il “do ut des” – e nel testo di Bisi lo si coglie, in alcuni passaggi – ma soprattutto, ed in molteplici occasioni, in una visione più alta, finalizzata alla conservazione e alla buona e prudente amministrazione di un Istituto che, per la sua storia secolare, aveva e avrebbe dovuto continuare a rappresentare, non solo per Siena, e per la Toscana, uno degli ineludibili motori di sviluppo.
*Giovanni Minnucci, storico del diritto medievale e moderno, già professore ordinario dell’università di Siena




