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Ogni grande guerra ha lasciato il mondo più grande di come lo aveva trovato. Sarà così?

“Ogni grande conflitto, dalla Guerra dei Trent’anni in poi, ha finito per lasciare il mondo più grande di come lo aveva trovato – scrive Gabriele Segre su La Stampa -. Non più giusto o più pacifico, ma più connesso, più regolato, un po’ più capace di stare insieme senza massacrarsi. C’è qualcosa di paradossale nella capacità della violenza di costruire ordine. Eppure i fatti parlano chiaro: la pace di Westfalia inventò la sovranità degli Stati, il Congresso di Vienna il concerto delle potenze, i trattati dopo due guerre mondiali produssero interdipendenza e benessere. È come se l’umanità avesse bisogno di ridursi a brandelli prima di costruire qualcosa di più grande. Una ricetta abominevole, ma per secoli efficace. Poi qualcosa si è rotto. Oggi le guerre continuano, ma il sistema politico internazionale non cresce più. Anzi, si restringe. Invece di generare nuove istituzioni, erodono quelle esistenti. Ogni crisi spinge verso la stessa conclusione: l’unica garanzia è badare a sé stessi. Quando questa convinzione attecchisce, il sistema evapora e restano alleanze che si accendono e si spengono. Basta guardare al contesto: gli Stati Uniti minacciano di lasciare la Nato mentre ne esigono la solidarietà; i Paesi del Golfo restano nell’ombrello americano mentre fanno affari con Cina e Russia; Mosca logora l’Ucraina; la Turchia vende droni e media; la Cina tiene insieme tutto. Non è schizofrenia, è il segno che il sistema di sicurezza è cambiato. Per decenni il potere si misurava in Pil e accordi. Oggi no: conta la capacità di fare la guerra del futuro, adattarsi e trasferire esperienza. L’Ucraina è il laboratorio della guerra dei droni: costa poco, si replica, funziona. Il contrario degli arsenali miliardari. Lo stesso vale per Israele, che esporta sistemi di difesa rendendo i legami sempre più necessari. Il potere non si misura più in stabilità, ma nella capacità di offrire sicurezza: la competenza bellica è tornata moneta corrente. Non è escluso che dal disordine emerga qualcosa di più solido. È possibile, ed è tutto ciò che possiamo permetterci di sperare”.

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