Nanismo delle imprese e riluttanza ad aprire il capitale al mercato, l’ennesima discussione sulla competitività dell’Italia
Ma l’Italia è competitiva in campo economico? Claudio Di Donato prova a rispondere a questa domanda su InPiù. La Commissione attività produttive della Camera ha avviato l’ennesima indagine conoscitiva sulla competitività dell’Italia e la dinamica del Pil tra il 1995 e il 2025. Sarebbe utile abbandonare due luoghi comuni, il nanismo delle imprese e la riluttanza degli imprenditori ad aprire il capitale al mercato. Ferrero, Barilla, Esselunga, ecc. dimostrano che la crescita dimensionale si può realizzare anche senza quotarsi. Il nanismo, invece, è un tratto europeo (oltre il 98% delle imprese ha meno di 50 dipendenti). Il problema italiano, semmai, è che conta poche medie imprese (il 40% della Germania) e una dimensione ridotta delle grandi (mille dipendenti contro i 2mila della Francia e della Germania).
Se l’Italia fosse cresciuta in linea con la media dell’area euro oggi il Pil sarebbe superiore di 400 miliardi, quasi mille miliardi in più con la dinamica della Spagna, che non è la Baviera e nemmeno la Silicon Valley. Da anni si discetta che la crescita anemica è la risultante della bassa produttività e qui si genera l’equivoco, in quanto si dovrebbe parlare di produttività del sistema. Da questa prospettiva, nel periodo in esame emergono alcuni fattori che spiegano la modesta crescita italiana, in particolare: scarsa digitalizzazione della PA, ritardi infrastrutturali, giustizia civile lenta, insufficiente trasferimento tecnologico. Il gap infrastrutturale si è ampliato. L’Italia in 30 anni ha realizzato 1.200 Km di alta velocità, la Francia 1.450 Km e la Spagna 2.700 oltre a 4.500 Km di nuove strade contro i 500 nella penisola. Ma c’è anche una questione di efficienza: Roma-Ancona in treno si percorreva in 4 ore nel 1936, oggi servono 3 ore e 40 minuti. Investiamo poco (pubblico e privato) nonostante il PNRR e ancor meno in R&S, l’1,3% del Pil nella media 2000-2024 contro il 2,3% francese e il 3,2% tedesco. C’è poi un convitato di pietra che è l’inverno demografico, particolarmente rigido in Italia. La popolazione in età lavorativa in 30 anni è aumentata di 2,8 milioni di unità grazie a 2,5 milioni di immigrati e all’innalzamento dell’età pensionabile. In Francia sono 5 milioni in più e in Spagna 7,5 milioni. Abbiamo perso 7 milioni di under 30 (-32% mentre in Francia soltanto -4%), primato in tutta Europa. Tutto ciò non favorisce gli investimenti esteri che negli ultimi 5 anni sono arrivati a stento a 85 miliardi, quasi la metà di Francia e Spagna e un terzo della Germania. Nell’elenco delle criticità non vanno trascurati i costi dell’energia, la scarsa concorrenza in molti settori. Insomma, il nanismo imprenditoriale è l’ultimo dei problemi.



