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Morto in Egitto l’assassino di Avi Boaz e Fatah lo celebra come martire

Ariel Piccini Warschauer.

Non basta la libertà concessa, né le cure ricevute in strutture specializzate all’estero. Per la propaganda palestinese, la colpa è sempre e solo di Israele. L’ultimo caso riguarda Riyad Al-Amour, figura di spicco del terrorismo palestinese, morto all’inizio di questo mese in un ospedale in Egitto. Nonostante l’uomo fosse stato rilasciato mesi fa e il decesso sia avvenuto per complicazioni post-operatorie in una clinica egiziana, l’Autorità Palestinese (AP) ha già attivato la macchina del fango, accusando lo Stato ebraico di averne provocato la fine.

Il curriculum di sangue

Amour non era un detenuto qualunque. Sulle sue spalle pesava la responsabilità di una scia di sangue atroce. Condannato a 11 ergastoli, era stato la mente dietro diverse cellule terroristiche che, tra il 2000 e il 2002, seminarono il terrore con sparatorie, torture e rapimenti.

Il suo crimine più efferato resta l’omicidio di Avi Boaz, un cittadino americano-israeliano di 72 anni. Boaz era un uomo di pace, amato dalla comunità di Beit Jala per i suoi rapporti cordiali con i palestinesi. Fu rapito sotto la minaccia delle armi davanti a un posto di blocco della polizia palestinese — che restò a guardare — e barbaramente giustiziato a colpi di arma da fuoco.

La teoria della “negligenza medica”

Nonostante Amour sia tornato in libertà nell’ottobre 2025, nell’ambito di un accordo di scambio, l’agenzia di stampa ufficiale dell’AP, WAFA, sostiene ora che la sua morte sia il risultato di anni di “negligenza medica” e torture subite nelle carceri israeliane. Una tesi che ignora il fatto che l’ex terrorista sia spirato in terapia intensiva in Egitto, a seguito di un intervento chirurgico recente eseguito da medici arabi.

Secondo le autorità palestinesi, Israele avrebbe ritardato per oltre dieci anni l’impianto di un pacemaker. Una narrazione che serve a trasformare un pluriomicida in una vittima del “sistema sionista”, alimentando ulteriormente l’odio proprio mentre il Medio Oriente cerca faticosamente una stabilità.

Il trionfo del “martire”

Il paradosso raggiunge il suo apice con l’allestimento di una tenda da lutto ufficiale, un onore solitamente riservato alle alte cariche dello Stato. Ai funerali simbolici hanno partecipato i vertici di Fatah, tra cui il Segretario del Comitato Centrale Jibril Rajoub, che ha reso omaggio a quello che oggi viene dipinto come un eroe della resistenza.

Mentre l’Occidente osserva, l’Autorità Palestinese continua a foraggiare il culto del martirio, celebrando chi ha strappato vite innocenti e cercando, fino all’ultimo respiro, un pretesto per condannare Israele. Anche davanti all’evidenza di una morte avvenuta in un letto d’ospedale, lontano dalle celle di Gerusalemme.

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