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Meglio disoccupato all’Ardenza che ingegnere a Milano, la battuta di un adolescente che merita una riflessione

Piero Spinelli è stato il direttore generale di quella che si chiamava Cassa rurale e artigiana di Sovicille. Venne mandato in Val di Merse per rilanciare una piccola banca che attraversava un momento di difficoltà e, insieme al vice Rolando Vigni di Casciano di Murlo, riuscì nell’impresa. La banca del paese o poco più diventò un punto di riferimento per l’economia territoriale. Poi il tempo passa, Spinelli è andato in pensione e la Banca Cras è diventata un’altra cosa, si è fusa con altre banche e ha cambiato la carta d’identità. Da qualche tempo Spinelli mette a frutto la sua lunga esperienza di vita per scrivere commenti su Sienapost. In uno di questi si è occupato di una storia che merita una riflessione. Ecco il pensiero di Piero Spinelli.

L’ha detto con eleganza, si legge sul giornale. Un ragazzino di quattordici anni, alla domanda rituale — cosa vuoi fare da grande? — ha risposto: il disoccupato. Risata collettiva. Effetto garantito. Tutti contenti.
Michela Berti, che firma la rubrica della domenica su La Nazione, ci ha perso il sonno. Il giorno dopo, a bocce ferme, si è chiesta se quella battuta non nascondesse
qualcosa di più: disillusione, disagio, la pressione silenziosa di genitori che proiettano sui figli ambizioni non richieste. Domande giuste, per carità. Ma forse manca ancora un pezzo.

Perché io, che di anni ne ho molti di più di quel ragazzino e di ironia me ne intendo, mi sono fermato sulla sua risposta con un pensiero diverso: e se non stesse
scherzando?
Non nel senso che voglia davvero restare sul divano. Nel senso che, a quattordici anni, nel 2026, quel giovane cittadino ha già capito qualcosa che gli adulti faticano ad
ammettere: che il lavoro — quello stabile, quello che dà identità e futuro, quello per cui si studia e ci si sacrifica — non è affatto garantito. Non per tutti. Non ovunque.
Non nella sua città. Non nel suo paese.
Noi adulti, da quel comodo piedistallo che la Berti cita con la giusta dose di autoironia, continuiamo a raccontare ai ragazzi la solita favola: studia, impegnati, e il
futuro ti ricompenserà. Ma loro, i ragazzi, guardano intorno. Vedono i fratelli maggiori con la laurea in tasca e il curriculum sul cellulare. Vedono i cugini emigrati al Nord, o peggio all’estero. Vedono le botteghe chiuse, i concorsi pubblici bloccati, i contratti a tempo determinato rinnovati all’infinito come promesse mai mantenute.
E allora ridono. Ma ridono come si ride quando la verità fa troppo male per dirla in altro modo.

C’è poi il finale dell’articolo della Berti, quello che mi ha colpito di più. Con affetto e buon senso lascia aperta un’ultima porta: forse quel ragazzino è semplicemente
attaccato alla sua Siena. E cita il vecchio proverbio livornese — riadattato — meglio disoccupato all’Ardenza che ingegnere a Milano. Ovvero: meglio stare a casa
propria, anche senza grandi prospettive, che perdersi in una città che non ti appartiene.
Anche questo è un pensiero adulto travestito da battuta. E anche questo, in fondo, è una risposta seria. Restare. Costruire qualcosa dove si è nati. Scommettere sul
proprio territorio invece di abbandonarlo. Non è pigrizia: è una scelta di vita che merita rispetto, non sorrisi di circostanza.

Quel ragazzino, tra qualche anno, probabilmente troverà la sua strada. Ma intanto ha detto una cosa vera. L’ha detta ridendo, certo — com’è giusto, a quattordici anni,
davanti a una platea di adulti seri e compiaciuti.
E qui mi torna in mente una vecchia barzelletta, di qualche decennio fa. Chiedono a un ragazzino: tuo padre che mestiere fa? E lui, serafico: sciopero.
Era figlio di un ferroviere, naturalmente. Ma la risposta era esatta lo stesso. Anche allora ridemmo tutti. Senza capire che rideva di noi.

Meglio disoccupato all’Ardenza che ingegnere a Milano, la battuta di un adolescente che merita una riflessione

A caccia sì ma con giudizio, Giani

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