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Lo scacco di Gerusalemme, commando e droni Idf al confine con l’Iran

Ariel Piccini Warschauer.

Un vero e proprio “assedio invisibile” contro la Repubblica Islamica dell’Iran. Mentre i cieli del Medio Oriente venivano solcati dai jet con la stella di Davide, a terra si consumava una guerra d’intelligence ben più vicina ai centri nevralgici del potere di Teheran. Fonti dei servizi segreti israeliani interpellate dalla CNN hanno confermato lo spiegamento di commando dell’IDF, specialisti della ricognizione e agenti del Mossad in Azerbaigian durante l’ Operazione Roaring Lion.

Una mossa audace che ha portato gli stivali dei soldati israeliani ad appena 60 chilometri da Tabriz, la metropoli dell’Iran nord-occidentale pesantemente colpita dai raid dell’aviazione di Gerusalemme.

L’operazione, inizialmente pianificata come missione di Search and Rescue d’élite – con il coinvolgimento degli specialisti dell’ Unità 669 per l’eventuale recupero di piloti abbattuti in territorio ostile–, si è rapidamente trasformata in qualcosa di molto più aggressivo. Sfruttando la storica cooperazione strategica tra Gerusalemme e Baku, gli israeliani hanno stabilito basi operative dei servizi segreti nel sud dell’Azerbaigian.

Da lì, per settimane, hanno coordinato il lancio di droni da ricognizione e attività di spionaggio tattico, sorvegliando i movimenti dei Pasdaran oltre il confine.

Baku, com’era prevedibile, ha smentito categoricamente attraverso la propria ambasciata a Washington, parlando di “accuse del tutto infondate” e ribadendo il divieto di utilizzare il proprio suolo contro Paesi terzi. Ma la geografia e la storia recente dicono altro: il confine azero è da anni una delle principali “porte sul retro” utilizzate dall’intelligence israeliana per penetrare le difese della teocrazia sciita.

L’Azerbaigian, tuttavia, è solo un tassello di un mosaico ben più ampio. I dettagli emersi nelle ultime ore delineano una strategia di accerchiamento totale. Oltre alle basi a nord, assetti clandestini dello Stato ebraico sarebbero stati posizionati anche in Iraq(presumibilmente nel Kurdistan iracheno), negli Emirati Arabi Uniti e nel Somaliland, nel Corno d’Africa.

Un dispiegamento che ha di fatto annullato il vantaggio della profondità strategica dell’Iran – il secondo Paese più esteso della regione dopo l’Arabia Saudita – mettendo le forze di Gerusalemme in condizione di colpire contemporaneamente da nord, da sud e da ovest, riducendo i tempi di reazione dei radar di Teheran.

Il network israeliano non ha dovuto fare i conti solo con le forze regolari iraniane, ma anche con la guerra asimmetrica. Già lo scorso 20 aprile, in piena campagna militare, un comunicato congiunto di Mossad, Shin Bet e IDF aveva annunciato la neutralizzazione di una cellula terroristica globale orchestrata da Teheran.

Gli agenti iraniani erano riusciti a contrabbandare droni esplosivi proprio in Azerbaigian, con l’obiettivo di colpire diplomatici e ufficiali israeliani. Una ritorsione sventata che, paradossalmente, ha offerto a Gerusalemme il filo d’Arianna per risalire alla catena di comando dei servizi di Teheran, stringendo ancora di più il nodo attorno al collo degli ayatollah e dei pasdaran iraniani. La guerra aperta si è fermata, ma la mappa di questa rete di alleanze e basi segrete dimostra che la linea del fronte, in Medio Oriente, non è mai stata così mobile e così efficace. 

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