L’Italia torna alla crescita da zero virgola e ci si chiede il perché
Anche per il Mef l’Italia torna alla crescita zero virgola e Giampaolo Galli su InPiù commenta questa situazione. Nei prossimi giorni il Ministero dell’Economia pubblicherà il nuovo Documento di Finanza Pubblica e non potrà che confermare ciò che quasi tutti i previsori hanno già messo nel conto. Ben che vada (se finisce la guerra in Iran, se Trump non ci aumenta i dazi, se altri cigni neri non affolleranno l’orizzonte geopolitico…), la crescita dell’Italia replicherà il magro risultato nel 2025 (+0,5%). Poiché siamo alla fine del PNNR, ossia del più grande sforzo mai realizzato per rilanciare la crescita, dobbiamo prendere atto che anche quel piano ha sostanzialmente fallito, anche se forse qualche risultato positivo (ad esempio sulla digitalizzazione della PA) lo ha portato. E dobbiamo tornare a interrogarci sui motivi della bassa crescita dell’Italia. Fra il 2000 e il 2025, l’Italia è cresciuta cumulativamente del 10%. Nello stesso periodo la crescita è stata del 40% per l’Ue nel suo complesso, del 34% per l’Eurozona, del 50% per la Spagna, del 35% per Francia. La Germania, il cui modello di sviluppo è bruscamente entrato in crisi negli ultimi anni, ha comunque messo a segno una crescita del 27%, più che doppia della nostra. L’Olanda è cresciuta del 44%, malgrado che l’economia di quel paese sia più legata a quella tedesca di quanto non lo sia quella italiana.
Da anni gli economisti di tutto il mondo si interrogano sul caso italiano. Veronica De Romanis ha scritto un libro (L’Economia della Paura) che attribuisce il declino italiano al prevalere delle conventicole che difendono ciascuna i propri piccoli o grandi privilegi e a una politica che, a destra come a sinistra, fa leva sulla paura affinché nulla cambi e i privilegi rimangano intatti. In sostanza, non vanno avanti “i capaci e i meritevoli” come vuole la nostra Costituzione, ma i protetti. O anche semplicemente coloro che hanno paura del merito e preferiscono carriere lente basate quasi solo sull’anzianità di servizio. E qui non si può non chiamare in causa quasi tutti i sindacati del pubblico impiego, scuole e magistratura inclusi. E un po’ anche i sindacati del settore privato che, come ha ben argomentato Pietro Ichino, non accettano la nuova realtà del mondo produttivo in cui, anche nel lavoro dipendente, conta moltissimo la creatività e lo spirito di iniziativa dei singoli individui. Forse ci sono altre spiegazioni, ma è certo che deve essere all’ordine del giorno una riflessione seria su cosa non ha funzionato fino ad oggi. E il ministro Giancarlo Giorgetti (nella foto) potrebbe forse provare a scrivere qualche riga sul tema, con l’auspicio che l’ultimo anno della legislatura non vada del tutto sprecato.





