L’inferno di Tripoli del 5 giugno 1967, la notte in cui la Libia cacciò i suoi ebrei
Ariel Piccini Warschauer.
Ci sono date che la storia ufficiale tende a confinare in un angolo, quasi a voler stendere un velo di pudore o, peggio, di colpevole amnesia. Il 5 giugno 1967 è una di queste. Mentre in Medio Oriente divampava la Guerra dei Sei Giorni, a Tripoli, in Libia, si consumava l’ennesimo, feroce atto di un dramma antico: la caccia all’ebreo. Un pogrom in piena regola che, nel giro di poche settimane, avrebbe liquidato per sempre una presenza ebraica millenaria in terra libica.
A ricordarcelo, con la forza devastante di chi quell’inferno lo ha vissuto sulla propria pelle, è Silvia Bublil Dadusc. All’epoca aveva solo sette anni. Una bambina la cui unica colpa era quella di essere nata ebrea a Tripoli.
«La paura, l’angoscia… Le urla della folla fuori che cerca di sfondare la porta di casa», ricorda Silvia. Un fotogramma che fissa l’inizio dell’incubo. Mentre la città comincia a bruciare – a partire dalle sinagoghe e dai negozi di proprietà israelitica – la sua famiglia si rifugia in una stanza sul tetto, sotto un caldo torrido. Una madre che cerca di zittire il pianto di un neonato per non farsi scoprire; un padre disperato che attende notizie dell’altra figlia, rimasta bloccata a scuola.
Quando nel tardo pomeriggio arriva la polizia, per i Bublil sembra la fine dell’incubo. È l’illusione di un attimo. «Nessuna salvezza», scrive Silvia. I poliziotti, che avrebbero dovuto proteggere i cittadini, si trasformano in aguzzini. Il padre, un uomo imponente di centoventi chili, viene usato come un sacco da boxe, «sballottato da un poliziotto all’altro come un pallone», sotto gli occhi della moglie, tenuta ferma con una pistola puntata alla testa del figlio neonato.
A fermare quel pestaggio brutale non è la legge, ma il coraggio disperato di una ragazzina di quindici anni – la sorella maggiore di Silvia – che si scaglia a pugni chiusi contro il comandante della pattuglia, lasciandolo basito. E poi, il più inaspettato dei miracoli: l’intervento dell’Ambasciatore egiziano in Libia, che passando di lì impone ai poliziotti di fermarsi e offre rifugio alla famiglia nella propria abitazione.
L’androne è fresco, elegante, ma il terrore non abbandona i fuggiaschi. L’Egitto è il grande nemico di Israele in quelle stesse ore, e la moglie dell’ambasciatore è palestinese. «È una trappola, è la nostra fine», sussurrano le donne. Invece, accade l’imprevedibile: l’accoglienza è calorosa, ci sono cibo, dolci per i bambini e rispetto.
Da lì, grazie alla generosità della signora G., una stimata correligionaria che mette a disposizione il proprio palazzo signorile, inizia una latitanza forzata. Quarantadue persone stipate in silenzio per tre settimane, camminando in punta di piedi per non rivelare la propria presenza ai vicini musulmani. Fuori, Tripoli è spettrale. Il coprifuoco, i negozi carbonizzati, l’odore acre di plastica bruciata e le notizie drammatiche che il padre di Silvia raccoglie all’alba: ebrei deportati nel deserto e mai più tornati, commercianti assassinati mentre tentavano di fare la conta dei danni.
La fine dell’avventura ha il sapore amaro dell’esproprio di Stato. La Libia decide che gli ebrei possono andarsene, ma a una condizione: una sola valigia per famiglia e appena 20 sterline in tasca. Una vera e propria pulizia etnica ed economica.
Il 30 giugno 1967, la famiglia Bublil sale su un aereo diretto in Italia. Il nostro Paese, come spesso accaduto nella storia, si dimostra un porto sicuro, accogliendo i profughi libici con straordinaria generosità. Molti rimarranno qui, integrandosi e arricchendo la comunità nazionale. I Bublil si fermeranno a Roma per due anni, il tempo di racimolare i risparmi necessari per compiere l’ultimo viaggio verso Israele.
Nelle parole che il padre di Silvia ripeteva sempre, c’è la sintesi tragica e orgogliosa di un intero popolo, sopravvissuto a secoli di persecuzioni e pogrom nell’indifferenza del mondo:
«Se devo morire ammazzato perché sono ebreo, voglio morire nella mia terra». Oggi, 5 giugno, è il dovere della memoria a imporci di non dimenticare Tripoli, le sue fiamme e il destino dei suoi ebrei. Per chi non sa, per chi non ricorda, e soprattutto per chi, ancora oggi, si ostina a non voler vedere.





