La minaccia dei missili di Teheran sull’Europa, nel mirino Roma e Parigi
Ariel Piccini Warschauer.
Il risveglio dell’Europa è brusco e ha il sapore amaro dell’insicurezza e della paura. Mentre le cancellerie della UE si attardano in dibattiti burocratici, il regime degli Ayatollah ha inviato un messaggio molto chiaro che non può più essere ignorato. Il recente attacco iraniano contro la base anglo-americana di Diego Garcia, nell’Oceano Indiano, ha squarciato il velo di ipocrisia sulla reale potenza militare di Teheran.
La minaccia si sposta a Occidente
I numeri non mentono e fanno paura. Diego Garcia dista circa 4.000 chilometri dalle rampe di lancio iraniane. È il doppio della gittata ufficialmente dichiarata dal regime. Tradotto sulla mappa del Vecchio Continente, significa che Roma, Berlino e Parigi non sono più spettatrici distanti, ma potenziali bersagli.
Secondo Mauro Gilli, ricercatore senior e docente di Strategia Militare, l’operazione non è stata un semplice esercizio balistico, ma una mossa politica calcolata. Dimostrando di poter colpire a tale distanza, l’Iran vuole costringere l’Occidente a una scelta impossibile: sfilarsi politicamente e militarmente dal Medio Oriente o blindare i cieli europei. Con gli asset della difesa missilistica americana già parzialmente spostati verso il Golfo, l’Europa si scopre così molto più vulnerabile.
Il fattore “Michelangelo” e il ritardo europeo
L’Italia, per una volta, non è rimasta a guardare. Il progetto Michelangelo Dome di Leonardo — uno scudo guidato dall’intelligenza artificiale contro droni e missili ipersonici — dovrebbe essere operativo entro il 2027. Ma la domanda resta: basterà? Il problema, spiega Gilli, non è solo tecnologico, ma organizzativo.
Il rischio è quello di un “caos dei cieli”: senza un’integrazione perfetta tra i sistemi dei vari Paesi NATO, si corre il pericolo che due nazioni sparino allo stesso missile o, peggio, che nessuna delle due intervenga convinta che spetti al vicino. Una disfunzione burocratica che, in caso di attacco a sciame, risulterebbe fatale.
Il “regista” russo e la precisione chirurgica
C’è poi un dettaglio che inquieta i servizi segreti di mezzo mondo. Il 27 marzo, l’Iran ha centrato un aereo comando AWACS americano in Arabia Saudita. Un bersaglio mobile, protetto e difficilissimo da tracciare. Come ha fatto Teheran a ottenere le coordinate esatte con una precisione così millimetrica?
Il sospetto è che dietro la tecnologia iraniana, ancora definita “rudimentale” in certi ambienti, ci sia l’occhio lungo del Cremlino. La Russia, in cambio dei droni forniti per il conflitto in Ucraina, starebbe restituendo il favore con dati satellitari e puntamento di precisione.
Una lezione per l’Europa
Il successo iraniano nel distruggere radar miliardari nelle petromonarchie del Golfo deve servire da monito. Non conta solo quanto è avanzata la tua tecnologia, ma quanto sei pronto a usarla. L’Iran ha dimostrato che con l’ingegno e la spregiudicatezza si possono aggirare scudi tecnologici costosissimi.
L’Europa è avvisata: il tempo delle deleghe alla sicurezza altrui è finito. Se Teheran chiama, Roma deve essere in grado di rispondere. Non a parole, ma con i fatti.





