Il Risorgimento italiano non marxista
Roberto Pizzi.
All’articolo di Luciano Luciani del due aprile scorso, dal titolo “Antonio Gramsci e il Risorgimento”, voglio contrapporre la tesi non marxista dello storico Rosario Romeo contenuta nel libro “Risorgimento e capitalismo” (1959). Il confronto fra i due approcci su quel fondamentale periodo storico per il nostro Paese potrebbe essere utile per proficui approfondimenti dialettici.
Ricordo intanto che Antonio Gramsci (1891-1937) nel 1921 fu tra i fondatori del Partito Comunista d’Italia, ricoprendone la carica di segretario dall’agosto 1924. Arrestato nel 1926 nonostante l’immunità parlamentare, fu condannato nel 1928 a 20 anni di reclusione. “Bisogna impedire a quel cervello di funzionare per almeno vent’anni” dichiarava contro di lui il p.m. fascista Ingrò, durante il processo del maggio 1928: tanto era temuta dai fascisti la sua influenza politica. In effetti Gramsci fu un grande filosofo marxista italiano, ed il suo nome evoca un’idea, una storia, un’educazione e soprattutto, una volontà radicale corredata da una speranza rivoluzionaria. Nel carcere di Turi la sua salute si deteriorò drasticamente e la sua morte, avvenuta poco dopo aver ottenuto la libertà condizionata, è considerata la conseguenza diretta della dura prigionia. Gramsci morì il 27 aprile 1937 nella clinica privata Quisisana di Roma a causa di un’emorragia cerebrale.
Durante la detenzione riuscì comunque a redigere una serie di scritti che dettero vita, poi, ai celebri Quaderni del carcere, pubblicati in una prima edizione tra il 1948 e il 1951 da Giulio Einaudi (sotto la supervisione di Palmiro Togliatti). Da questi pensieri si svilupperà la sua analisi sul Risorgimento italiano, imputato di non avere tratto insegnamento dalla Rivoluzione francese.
Da parte di Rosario Romeo, assistiamo, invece ad una critica alla interpretazione gramsciana, in particolare sulla tesi della “Rivoluzione agraria mancata”, ossia sul prezzo pagato dalla economia agricola per favorire la nascita dell’industria italiana. I suoi studi hanno portato alla considerazione che se tale rivoluzione agraria si fosse verificata, come idealmente auspicava Gramsci, sarebbe stata travolta l’unica forma di capitalismo esistente e utilizzabile come meccanismo essenziale per l’accumulazione e il trasferimento dei redditi agricoli al servizio dello sviluppo urbano e industriale. Non era pensabile secondo Romeo – date le condizioni storiche del Paese – che una rivoluzione dei contadini del Sud (nel passato, manifestatasi sempre sotto forma di sterili jacqueries) non si estendesse anche al Nord, finendo per soggiacere a concezioni assai più giacobine che marxiste, favorendo piuttosto la piccola proprietà contadina e l’auto-consumo, invece che la formazione di un mercato e l’industrializzazione del Paese. Le condizioni dell’Italia, allora, erano indubbiamente peggiori della Francia rivoluzionaria, sia per la sua realtà morfologica, che per le condizioni di povertà di un mondo rurale sovrappopolato. Non favorevoli, quindi, al fiorire della piccola e media proprietà agraria. Elementi, questi, che si sarebbero rivelati di carattere arretrato, anziché progressivo. Semmai, delle tesi gramsciane rimaneva valido il giudizio sull’egemonia del Nord, che sarebbe stata benefica se l’industrializzazione avesse avuto la capacità di propagarsi con una certa costanza, da provocare, per induzione, un progresso economico di carattere nazionale. Inoltre una rivoluzione agraria e giacobina nel nostro Paese avrebbe provocato uno schieramento anti italiano di tutte le maggiori potenze europee, interessate alla conservazione sociale e legate aduna visione della civiltà e dei rapporti internazionali profondamente ostili a quel genere di sovvertimenti. Ciò avrebbe pregiudicato quel faticoso processo che portò in qualche modo all’Unità d’Italia, dando un colpo d’arresto nella sua evoluzione a paese moderno e peggiorando i rapporti civili e sociali. Il risultato finale, secondo Romeo, avrebbe impedito quella Rivoluzione industriale che – in qualche modo – permise di inserire l’Italia, fra i Paesi più avanzati.
L’altro aspetto che è oggetto di disputa intellettuale è quello sul concetto gramsciano di “egemonia”. Secondo i dizionari di politica il termine, può esprimere il duplice concetto di “influenza” o “dominio”, che può oscillare tra un metodo elettivo nella scelta da parte del cittadino chiamato ad esprimersi col voto, e tra un metodo coercitivo. Si sostiene per altro che la parola “dominio” abbia massima rilevanza in Lenin, mentre in Gramsci (pur leninista di fondo, che credeva ancora nel partito unico) predominava l’accezione di “influenza”. Si è scritto che la teoria gramsciana dell’egemonia, nella sua essenza poteva essere vista come una trascrizione occidentale della strategia leninista: in Oriente – scrisse Gramsci riguardo all’impresa di Lenin – lo stato era tutto: la società civile era primordiale. Nell‘Occidente tra Stato e società civile c’era un giusto rapporto. Lo Stato era solo una trincea avanzata, dietro cui stava una robusta catena di fortezze e di casematte. La questione era quella di conquistare le “fortezze e le casematte” della società civile, per giungere poi al controllo definitivo dello Stato. Per tale impresa, nell’ambito d’una visione ideologica totalizzante, era necessario proporre modelli culturali capaci di persuadere gli intellettuali, a loro volta da inquadrare come “persuasori permanenti” capaci di direzione emediazione delle masse. L’egemonia si basava sugli intellettuali “politici di professione” in grado di imporre la loro supremazia, che avrebbero occupato le casematte e le fortezze della società civile. Ossia, avrebbe dovuto affermarsi una massa di insegnanti, studenti, organizzatori di cultura, scrittori, sindacalisti, secondo il principio che la cultura disinteressata, fuori dalle scelte di classe, era mistificazione più o meno consapevole. Conquistato il potere da parte del Partito, visto come “novello” Principe di machiavelliana memoria, esso non sarebbe più stato abbandonato, né messo in discussione secondo i canoni della democrazia borghese.
Nel II dopoguerra si cercò, poi, con tentativi parziali e scomposti, di attuare questo progetto, che però venne impedito dalla collocazione internazionale dell’Italia nel blocco occidentale. Nonostante ciò, a partire dal ’68, iniziò una contestazione ideologica globale, con una strategia di guerriglia metropolitana che si ispirerà ai guerriglieri sudamericani, mentre si assistevaal collasso delle scuole italiane e ad azioni terroristiche e sub-terroristiche. Di questi “intellettuali organici” (come vennero definiti), ossia al servizio esclusivo del partito, si coniò la definizionegraffiante di “coloro che avevano ricevuto un grado di istruzione superiore alla loro intelligenza”. Il giornalista Giorgio Bocca scrisse che questi soggetti erano preda di una furia millenarista dettata dal “bisogno di risposte totali e definitive” e che rifiutavano ogni forma di dubbio. Analisi impietose su questo mondo sono arrivate alla conclusione che ancora molta era la strada che la sinistra italiana doveva compiere per un moderno approdo laico e riformista.
Ritornando a Gramsci, ispiratore iniziale di queste riflessioni, è doveroso il rispetto della sua coraggiosa figura di perseguitato (lo fu anche da alcuni del suo partito). Ma nel pantheon di chi scrive queste note trova un migliore posto d’onore un’altra figura: quella di Giuseppe Mazzini (anch’egli, come Gramsci, più che perseguitato: aveva avuto due condanne a morte dai Savoia). Pure per lui il pensiero e l’azione (la teoria e la prassi?) erano fondamentali e la cultura dispensata agi italiani, disinteressatamente, doveva essere posta al servizio del Progresso collettivo. Ma la sua figura non era compatibile con quella di Gramsci: il genovese definiva il comunismo “la dottrina dei castori” che soffocava il genio individuale; inoltre ripudiava la lotta di classe, auspicando lacollaborazione fra le stesse. Ricette certamente difficili, che richiedevano una vocazione minoritaria e la capacità di sopportare anche un isolamento sociale e culturale, che forse poteva attingere,stavolta, a quell’ insegnamento gramsciano contenuto nella sua famosa frase: “Pessimismo dell’intelligenza, ottimismo della volontà“.





