Il piano di Trump per il Medio Oriente: “La pace è vicina”
Ariel Piccini Warschauer.
Il ritorno della “pace attraverso la forza”. Donald Trump non usa giri di parole e, con il pragmatismo che lo contraddistingue, lancia il segnale che il mondo aspettava: la guerra tra Israele, Hezbollah e i loro burattinai iraniani sarebbe «molto vicina alla fine». Non è solo una speranza, ma il risultato di una morsa diplomatica e militare che sta togliendo l’ossigeno ai nemici dell’unica democrazia del Medio Oriente.
LA BONIFICA DI ISRAELE
Mentre la diplomazia lavora nelle stanze chiuse, sul campo i soldati di Gerusalemme non abbassano la guardia. L’operazione dell’IDF nel sud del Libano continua a dare frutti concreti: gli ultimi raid hanno portato alla luce veri e propri arsenali della morte nascosti nei villaggi. Missili russi, tecnologie iraniane e lanciatori pronti a colpire i civili israeliani. La strategia è lucida: non ci può essere pace politica senza una totale sicurezza militare. Israele sta facendo il “lavoro sporco” che l’ONU non ha mai voluto fare, smantellando metro dopo metro l’infrastruttura del terrore di Hezbollah.
IL MURO NAVALE E IL REALISMO DI VANCE
Nello scacchiere del Golfo, la musica è cambiata. Il tempo dei tentennamenti è finito. La petroliera Rich Starry, battente bandiera ombra e carica di greggio iraniano sanzionato, ha tentato la sfida nello Stretto di Hormuz. Ma ha trovato davanti a sé il muro delle navi americane. Risultato? Dietrofront forzato. È il linguaggio che Teheran capisce meglio: la fine dei finanziamenti al terrore passa per il blocco dei rubinetti petroliferi.
JD Vance, il volto nuovo della destra americana, lo ha detto chiaramente: «Il sospetto reciproco con l’Iran non svanirà domani». Ma il realismo della nuova amministrazione non cerca l’amicizia con gli ayatollah, cerca risultati. E i risultati dicono che Teheran, alle strette, è tornata a sedersi al tavolo delle trattative.
IL SABOTAGGIO DEI PROGRESSISTI
Eppure, c’è chi a Washington sembra quasi dispiaciuto per questi successi. I Democratici, ancora storditi dalla forza d’urto della presidenza Trump, hanno avviato una crociata parlamentare per limitare i poteri di guerra del Comandante in Capo. Un paradosso tutto ideologico: proprio quando il Presidente riesce a portare le parti verso un accordo, la sinistra tenta di legargli le mani.
È la solita storia: preferiscono il caos gestito dai comitati internazionali alla pace ottenuta con la fermezza. Ma Trump punta al risultato storico, ignorando i brontolii di un’opposizione che, pur di colpire lui, rischia di soffiare sul fuoco dell’instabilità globale. ‘La strada per la pace è tracciata”, dicono a Washington, e passa per la forza dei fatti, non per le chiacchiere dei salotti progressisti.





