Il futuro del Santa Maria della Scala nel botta e risposta tra Piccini e Leone
Botta e risposta tra Pierluigi Piccini e il presidente della Fondazione Santa Maria della Scala Cristiano Leone. L’ex sindaco di Siena pubblica sul suo blog gli interventi.
Pubblico qui, per intero, due lettere: quella che il Presidente della Fondazione Antico Ospedale Santa Maria della Scala, Cristiano Leone, mi ha indirizzato in risposta a un mio articolo, e la replica con cui gli ho risposto. Le pubblico insieme, senza tagli e senza parafrasi, e sento il dovere di spiegare perché.
Lo faccio per non cadere nel nicodemismo. La parola viene da lontano — da quel Nicodemo che nel Vangelo di Giovanni va da Gesù di notte, per non farsi vedere — ed è diventata, dalla Riforma in poi e fino al celebre studio di Carlo Ginzburg, il nome della dissimulazione prudente: l’atto di chi mostra in pubblico un assenso che in privato non concede, di chi tiene per sé il proprio dissenso e lo affida, al più, a una corrispondenza cortese che nessuno leggerà. È una tentazione comoda, soprattutto tra persone che si rispettano. Ho preferito il gesto contrario: portare tutto alla luce.
Pubblico anche la lettera del Presidente Leone, e la pubblico volentieri, perché un confronto è reale soltanto se entrambe le voci restano intere. Non riassumo, non filtro, non addomestico. Lo faccio con gratitudine per il tono e per la misura con cui ha voluto rispondermi: è esattamente il genere di interlocuzione che una città dovrebbe desiderare, e che troppo spesso le manca.
C’è poi una ragione che va oltre noi due. Lo stesso Presidente Leone scrive, nella sua lettera, di considerare i cittadini il primo interlocutore del proprio lavoro. Lo prendo in parola. Un disaccordo sul futuro di un’istituzione pubblica — un bene comune che ha quasi mille anni — non appartiene a chi se lo scambia per lettera: appartiene alla città. Tenerlo nel cassetto, per quanto elegante, significherebbe fare una cosa privata di una cosa pubblica. E sono convinto che questo scambio sia utile non soltanto a chi lo scrive, ma a chi lo legge, al dibattito che ne può nascere, e soprattutto a chi domani sarà chiamato ad amministrare il Santa Maria della Scala.
Quello che il lettore troverà non è una polemica, ma un disaccordo sul merito: sulla differenza tra una visione e un meccanismo, tra la continuità come sentimento e la continuità come architettura giuridica. Sono in gioco non le persone, ma le regole che fanno sopravvivere un’opera a chi la firma. Giudichi ciascuno da sé.
La lettera del Presidente Cristiano Leone
Caro Pierluigi,
ho letto con interesse la tua riflessione sul Santa Maria della Scala.
Mi ha colpito il titolo. Perché il rapporto tra il Santa Maria e il tempo è probabilmente la questione più importante che abbiamo oggi di fronte.
Condivido l’idea che questo luogo non possa essere ridotto a una funzione o a una stagione della sua storia. Il Santa Maria della Scala è il risultato di una sedimentazione lunga quasi mille anni.
Ogni generazione vi ha lasciato una traccia. Ogni epoca ha interpretato il proprio compito alla luce delle esigenze del proprio tempo.
Fin dalle sue origini, il Santa Maria della Scala ha saputo trasformarsi senza smarrire la propria vocazione profonda. Ha accolto pellegrini, curato malati, sostenuto i più fragili, organizzato funzioni essenziali per la vita della città.
Ha attraversato mutamenti politici, sociali, tecnologici ed economici continuando a rappresentare un punto di riferimento per la comunità senese. Questa capacità di evoluzione costituisce uno dei tratti più significativi della sua storia.
Anche la trasformazione dell’antico ospedale in complesso museale appartiene a questa lunga vicenda.
Si tratta di una scelta che la città ha maturato nel corso di molti anni attraverso studi, confronti, dibattiti e visioni che hanno coinvolto amministrazioni diverse, tecnici, studiosi e cittadini. È stato un percorso nato dalla consapevolezza che la funzione ospedaliera poteva ormai essere trasferita altrove e che occorreva individuare una nuova prospettiva capace di valorizzare un patrimonio straordinario preservandone il significato civile e culturale.
La fase della realizzazione ha trovato durante la tua amministrazione un passaggio fondamentale, che merita di essere riconosciuto. Senza quella stagione, oggi non staremmo discutendo del futuro del Santa Maria della Scala come uno dei più grandi complessi culturali europei.
Credo però sia altrettanto importante ricordare che ogni progetto di lungo periodo è sempre il risultato di contributi diversi, maturati in momenti differenti. La riflessione sul futuro del Santa Maria precede le singole amministrazioni e attraversa decenni di storia cittadina. Nessuna stagione può rivendicarne da sola la paternità. Ognuna ha aggiunto un tassello a una costruzione collettiva che continua ancora oggi.
Questa consapevolezza ha orientato anche il progetto espositivo che accompagna la presentazione del masterplan.
Abbiamo scelto di non dedicare la mostra esclusivamente alle proposte elaborate dagli studi di architettura chiamati a immaginare il futuro del Santa Maria della Scala. Abbiamo ritenuto altrettanto importante raccontare il percorso che ha condotto l’istituzione fino a questo passaggio, ricostruendo le principali tappe della sua trasformazione e le visioni che, nel corso del tempo, ne hanno accompagnato l’evoluzione.
Per questa ragione la mostra restituisce spazio alle idee che hanno preceduto l’attuale fase progettuale e alle amministrazioni che hanno contribuito alla trasformazione dell’antico ospedale in museo. Ho voluto sottolineare questo aspetto anche durante la conferenza stampa inaugurale, ricordando pubblicamente il ruolo svolto da chi ha assunto responsabilità in passaggi decisivi della storia recente dell’istituzione, compresa la tua amministrazione.
Mi è sembrato un dovere culturale prima ancora che istituzionale. Ogni progetto rivolto al domani trae forza dal percorso che lo ha reso possibile.
Ogni generazione, tuttavia, incontra domande differenti.
La Siena che affrontò la trasformazione da ospedale a museo operava in un contesto economico, sociale e culturale profondamente diverso da quello attuale. Anche il ruolo attribuito alle istituzioni culturali rispondeva a esigenze e prospettive proprie di quella fase storica.
Oggi ci confrontiamo con nuove responsabilità. È cambiato il modo in cui le persone vivono i luoghi della cultura. È cambiato il rapporto tra patrimonio, formazione, ricerca e sviluppo territoriale. Sono emerse esigenze che richiedono strumenti nuovi e una prospettiva capace di tenere insieme tutela, valorizzazione, accessibilità e sostenibilità.
Per questo motivo considero il masterplan non come una cesura, ma come un passaggio di continuità. Uno strumento necessario affinché il lavoro compiuto negli ultimi decenni possa continuare a generare valore nel tempo.
Colgo inoltre un elemento che considero positivo.
Per molto tempo al Santa Maria della Scala è stata attribuita la mancanza di una visione sul proprio futuro. Oggi il confronto riguarda finalmente una visione, le proposte, le priorità e i metodi attraverso cui realizzarla. Mi sembra un avanzamento importante per il dibattito pubblico.
Sul piano delle scelte tecniche e procedurali continueremo naturalmente a garantire la massima trasparenza e la piena disponibilità al confronto. Posso soltanto ricordare che il percorso intrapreso non nasce dalla volontà di individuare un vincitore, ma dall’esigenza di raccogliere visioni diverse capaci di orientare il futuro del Santa Maria della Scala. È con questo spirito che sono state compiute le scelte che oggi accompagnano il masterplan.
Ogni stagione amministrativa è chiamata a rispondere alle domande del proprio tempo. La vostra generazione ha affrontato con coraggio la sfida della trasformazione dell’ospedale in museo. La nostra è chiamata a consolidare quella scelta e renderla adeguata alle esigenze del presente.
La domanda che ci accompagna oggi riguarda la capacità del Santa Maria della Scala di continuare a essere un’istituzione necessaria.
Ci interroghiamo su come ampliare l’accessibilità, valorizzare spazi ancora non utilizzati eppure così utili alla collettività, rafforzare il rapporto con l’università, con il mondo della ricerca e con le reti culturali internazionali. Ci interroghiamo su come rendere il Santa Maria della Scala una presenza sempre più integrata nella vita quotidiana della città.
Permettimi, a questo punto, una considerazione più personale.
Non abbiamo ancora avuto occasione di conoscerci personalmente. Conosco però il ruolo che hai avuto nella storia del Santa Maria della Scala e la passione civile con cui continui a seguirne le vicende. Per questa ragione considero questo tuo intervento un contributo al dibattito sul futuro dell’istituzione e non una semplice presa di posizione.
Vorrei anche condividere con te una convinzione che accompagna il mio lavoro quotidiano.
Il progetto che oggi rappresento non appartiene a una persona. Non appartiene neppure a una singola amministrazione. È il risultato di un lavoro collettivo che coinvolge tutti gli organi della Fondazione, la Direttrice, i professionisti che operano all’interno dell’istituzione, gli studiosi che ne accompagnano la riflessione, le istituzioni partner e tutte le persone che dedicano competenze ed energie alla crescita del Santa Maria della Scala.
Il mio compito consiste nel contribuire a orientare questo percorso e nel mettermi al servizio di una visione condivisa.
Quando ho accettato questo incarico l’ho fatto con un sentimento molto semplice: restituire qualcosa a una città che molti anni fa mi accolse come giovane studioso e che ha continuato a offrirmi fiducia nel tempo. Per questo considero i cittadini il primo interlocutore del lavoro che stiamo svolgendo.
La finalità più profonda del masterplan, lo sottolineo, consiste nel restituire progressivamente spazi e possibilità alla comunità. Vogliamo che il Santa Maria della Scala sia sempre più un luogo attraversato dalla vita della città, dalla ricerca, dall’educazione, dalla produzione culturale e dal confronto tra prospettive differenti.
In questo orizzonte convivono la dimensione locale, quella nazionale e quella internazionale. Siena possiede una storia che appartiene anzitutto ai senesi. Possiede anche una capacità di attrazione che la pone al centro di reti culturali molto più ampie. Credo che queste due dimensioni possano rafforzarsi reciprocamente e generare nuove opportunità per la città.
Un’istituzione millenaria non rimane viva perché conserva immutata la forma che ha assunto in una determinata epoca. Rimane viva perché attraversa tempi diversi senza perdere il proprio significato.
È questa straordinaria capacità di attraversamento che rende il Santa Maria della Scala un luogo unico. La sua forza risiede nella continuità di una missione pubblica che ha assunto forme differenti nel corso dei secoli mantenendo intatto il proprio valore per la comunità.
Per questa ragione considero il confronto pubblico una risorsa. Il Santa Maria della Scala appartiene alla comunità senese molto più di quanto appartenga a chiunque sia chiamato temporaneamente ad amministrarlo. Chi lo ha guidato ieri e chi lo guida oggi condivide la stessa responsabilità: consegnarlo alla generazione successiva nelle migliori condizioni possibili.
Il dibattito rappresenta una forma di attenzione verso il bene comune. Quando una città continua a interrogarsi sul proprio patrimonio culturale dimostra di riconoscerlo come parte della propria identità e del proprio futuro.
Spero dunque che il tuo sguardo critico possa continuare ad accompagnare questo percorso.
Il tempo custodito nelle mura del Santa Maria della Scala costituisce una parte essenziale della sua storia.
Il tempo che ancora lo attende rappresenta la responsabilità che abbiamo in comune.
Con stima, Cristiano Leone
La mia risposta
Caro Presidente Leone,
la ringrazio per la sua lettera, per il tono e per il rispetto con cui ha voluto rispondere al mio intervento. Le scrivo con la stessa cortesia e con la stessa franchezza, perché credo che il Santa Maria meriti un confronto che vada oltre la cordialità reciproca.
Mi permetta di cominciare da una constatazione. Il mio articolo poneva una domanda sul meccanismo. La sua lettera mi risponde con un discorso sulla visione. È una risposta nobile e ben scritta, ma — me lo conceda — è esattamente lo iato che denunciavo. Io ho chiesto chi garantisce, e con quali strumenti, che ciò che oggi si annuncia non venga disfatto dalla prossima amministrazione; lei mi ha parlato di sedimentazione, di continuità, di appartenenza alla comunità. Sono parole vere. Ma la continuità di un’istituzione non è un sentimento: è un’architettura giuridica. E su quel piano la mia domanda resta intatta.
Lei scrive che nessuna stagione può rivendicare da sola la paternità del Santa Maria. Sono d’accordo, e non ho mai scritto il contrario. Non ho rivendicato una stagione: ho chiesto che cosa protegge l’opera attraverso tutte le stagioni — compresa la mia, compresa la sua. La differenza non è sottile. Chi rivendica una paternità guarda al passato; chi chiede una protezione guarda al futuro. Il mio era un argomento sul futuro.
Lei osserva poi che la scelta dei tre studi non nasce dalla volontà di individuare un vincitore, ma dall’ascolto di più voci. Mi consenta allora di restituire al concorso il suo vero significato. Il concorso pubblico che vinse Guido Canali non serviva a incoronare nessuno: serviva a vincolare. Era una procedura che costruiva intorno al progetto un riferimento giuridico e culturale capace di sopravvivere ai cicli politici — me compreso, quando ero io ad amministrare. È quella funzione di protezione, non la figura del vincitore, ciò che oggi manca. E c’è di più: in un concorso esiste una giuria, un organo competente che giudica nel merito, sceglie e risponde pubblicamente della propria scelta. Non un coordinatore che armonizza i linguaggi, ma un’autorità che decide e se ne assume la responsabilità davanti alla città. Nel masterplan quella figura non c’è: c’è una regia, non un giudizio. E nessuna pluralità di visioni, per quanto generosa, sostituisce un vincolo. Una selezione interna orienta; un concorso obbliga. La differenza è precisamente tutto ciò di cui ho scritto.
C’è poi un punto che la sua lettera, comprensibilmente, evita. La mostra che lei ha voluto richiama Giancarlo De Carlo e i laboratori ILAUD come padri nobili dell’operazione. Ma De Carlo non fu soltanto il teorico dell’ascolto della struttura: fu il teorico della partecipazione e della trasparenza dei processi, delle decisioni aperte e verificabili. Esporre il suo nome sulla parete e condurre l’operazione senza una procedura pubblica vincolante è una contraddizione che la celebrazione non scioglie. La porta aperta come metafora; la porta chiusa come pratica. Onorare un maestro non è la stessa cosa che obbedirgli.
Lei ha desiderato, di recente, una visione “destinata a durare anche senza chi l’ha costruita”. È un desiderio che condivido parola per parola. Ma una visione sopravvive a chi la costruisce a una sola condizione: che esista un meccanismo che la renda indipendente dalle persone. È esattamente ciò che il concorso garantiva e che oggi non c’è. Senza quel meccanismo, mi perdoni la franchezza, una visione è destinata a durare quanto il mandato di chi la enuncia.
Le ripropongo dunque, con la stessa cortesia, le due domande che il mio articolo lasciava sul tavolo e a cui la sua lettera non ha risposto. La prima: come può una mostra sul futuro di un’istituzione precedere lo strumento giuridico di quell’istituzione? Lo statuto della Fondazione arriva in commissione la prossima settimana; la scena ha preceduto le fondamenta. La seconda, che è poi sempre la stessa: quando l’edificio compirà la sua muta — quando cambierà la maggioranza in Comune o scadrà il suo mandato — chi terrà insieme i tre linguaggi, chi avrà l’autorità di fermare ciò che viola la cornice comune, chi impedirà che il guscio nuovo si spezzi prima di essersi indurito? A queste domande non si risponde con una visione. Si risponde con un atto.
E qui torno all’unica testimone che non parla per visioni. Il pavimento sbrecciato del refettorio dei frati aspetta da quasi quarant’anni. Non aspetta una mostra: aspetta una risposta. È la prova fisica che il Santa Maria ha già vissuto la sua muta, e che a quella muta nessuna buona intenzione bastò. Finché non avremo capito perché ci fermammo, ogni nuovo inizio poggia su quella crepa.
Lei nota, con garbo, che non ci conosciamo. È vero, e me ne dispiace. Ma è forse una garanzia. Non ho più alcun ruolo istituzionale in questa città: non l’amministro da molti anni, e oggi servo un’altra comunità, sull’Amiata. Proprio per questo posso permettermi di riservarmi l’unico ruolo che nessun mandato conferisce e nessuna scadenza può revocare — quello di custode della memoria di questo luogo e di sentinella del suo meccanismo. Non è un potere che reclamo: è un dovere che assumo. Continuerò a porre la domanda che ho posto — non contro di lei, ma accanto a chiunque abbia a cuore che il Santa Maria sopravviva a chi lo amministra — finché non avrà una risposta che non sia una visione, ma un atto. È questo il ruolo che mi tengo: non quello di chi rivendica ciò che è stato, ma di chi veglia perché non torni a ripetersi ciò che è già accaduto. Le propongo, in questo medesimo spirito, di trasformare quel “non ancora” in un incontro: le porterò non una posizione da difendere, ma la memoria di una muta che questa città ha già attraversato — e che quel pavimento non ci lascia dimenticare.
Lei chiude la sua lettera sul tempo, e su questo siamo d’accordo. Aggiungo soltanto che il tempo che il Santa Maria ancora attende non è una superficie liscia che si deposita da sé: è un pavimento rotto che chiede di essere finito. Tenere viva un’istituzione millenaria non è questione di sentimento della continuità, ma di costruirne i vincoli. Affinché la parola “continuità” — che lei ama, e che amo anch’io — non diventi mai il nome cortese dell’incompiuto.
Con pari stima,
Pierluigi Piccini





