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Il caso Cardini potrebbe non essere l’unico

Giulio Pellizzi.

Sono stati sollevati dubbi morali sulla nomina di Fiamma Cardini ad assessore del Comune di Siena, dopo la sua presenza nella Deputazione Generale della Fondazione Mps. In particolare lo ha rilevato la capogruppo del Pd in consiglio comunale, Anna Ferretti. La discussione è legittima, ma va tenuta sul terreno giusto, perché qui si intrecciano diritto, politica e responsabilità personale.

Sul piano giuridico, il quadro è abbastanza chiaro. Lo Statuto della Fondazione vieta la contemporaneità tra incarichi politici e appartenenza ai suoi organi. In sostanza, non si può essere insieme assessore e deputato della Fondazione. Prevede poi un limite anche nel percorso inverso: chi lascia una carica politica non può entrare subito nella Fondazione prima che sia trascorso un anno. Queste sono regole vere e proprie, scritte nello Statuto.

Nel caso di Fiamma Cardini, però, il punto richiamato non è questo. Il riferimento è al Regolamento interno, che parla di un “impegno morale” a non assumere incarichi politici nei dodici mesi successivi alla cessazione dalla carica. Anche qui le parole contano. Un impegno morale, in senso tecnico, non è una incompatibilità, non è una causa di decadenza e non è un divieto di legge.

È da questa distinzione che nasce la difficoltà. Se si vuole sostenere, come fa Ferretti, che la questione è morale, il rilievo ha una sua coerenza. Ma allora bisogna riconoscere che il tema non riguarda solo Cardini. Nel 2023 Alessandro Manganelli, a un anno dal suo insediamento nella Deputazione Amministratrice della Fondazione, si dimise e fu sostituito da Franco Vaselli per assumere subito l’incarico di capo di gabinetto del sindaco Nicoletta Fabio, ruolo che ricopre ancora oggi. E non è escluso che, andando a spulciare con attenzione i percorsi individuali, possano emergere altri casi simili. Anche perché appare sempre più difficile leggere curriculum completi e pubblici di molte persone che assumono incarichi pubblici, e questo non aiuta certo una verifica seria da parte dei cittadini.

Ed è qui che il ragionamento si chiude in modo netto. Se questi impegni morali vengono fatti firmare, ma poi non vincolano nessuno, non orientano i comportamenti e non producono alcuna conseguenza, allora restano carta straccia. Non sono diritto, e questo è chiaro. Ma non sono neppure morale, se la morale viene invocata solo quando serve e accantonata negli altri casi. Continuare a far sottoscrivere formule solenni prive di qualsiasi effetto concreto rischia di essere solo un esercizio di facciata. A quel punto sarebbe più serio smettere di chiedere firme su impegni che nessuno considera davvero impegnativi. Perché nelle istituzioni, più delle formule, conta il significato che si decide di dare alle parole.

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