Il 25 aprile degli intolleranti, a Roma caccia all’ebreo e schiaffi ai radicali
Ariel Piccini Warschauer.
Doveva essere la festa della libertà, si è trasformata nel festival dell’intolleranza e della violenza targata estrema sinistra. Il 25 aprile romano va in archivio con un bollettino di guerra che fotografa perfettamente la deriva di certe sigle antagoniste: bandiere strappate, attivisti in ospedale e lo spettro dell’eversione che torna a farsi vivo sotto le insegne del comunismo più becero.
Lo squadrismo rosso a Porta San Paolo
Il bilancio più grave arriva da Piazza di Porta San Paolo. Qui, la “polizia morale” dei centri sociali ha deciso chi aveva il diritto di manifestare e chi no. Nel mirino sono finiti i Radicali e i militanti di Più Europa, colpevoli di aver portato in piazza le bandiere dell’Ucraina accanto a quelle della Palestina. Un mix che i professionisti del dissenso non hanno tollerato.
Il risultato? Un’aggressione in piena regola. Matteo Hallissey, presidente di Più Europa, è finito in ospedale dopo essere stato centrato in pieno volto da uno spruzzo di spray al peperoncino. «Mi hanno assalito strappandoci le bandiere ucraine — ha raccontato Hallissey mentre veniva trasportato al centro oftalmico —. Per dieci minuti non ho visto nulla. È inammissibile che gruppi violenti decidano chi può stare in piazza». A dargli manforte, il giornalista Ivan Grieco, anche lui travolto dalla furia dei militanti di Cambiare Rotta e Potere al Popolo. La giustificazione degli aggressori? Agghiacciante nella sua banalità: «La loro presenza era una provocazione, in Ucraina il comunismo è illegale», ha scandito un antifascista dei Castelli. Come dire: se non sei dei nostri, non puoi festeggiare la libertà.
I Carc e la “caccia” al sionista
Ma il clima di tensione era stato ampiamente annunciato. Nei giorni scorsi, i Carc (Comitati di Appoggio alla Resistenza per il Comunismo) avevano lanciato un vero e proprio editto: «Cacciare dai cortei la Brigata Ebraica». Un appello che non è rimasto solo sulla carta, ma che si è tradotto in una mobilitazione aggressiva contro i “sionisti” e il governo Meloni, definito pedissequamente “guerrafondaio”.
Dietro questa sigla, nata nel 1992 e strutturatasi come partito dal 2009, si nasconde un sottobosco inquietante che si richiama al marxismo-leninismo-maoismo. Non è un caso che la Procura di Napoli abbia recentemente perquisito sei militanti dei Carc con l’ipotesi di reato di associazione finalizzata al terrorismo. Gli inquirenti parlano di propaganda web volta a elogiare le Brigate Rosse. Eppure, nonostante questo pedigree eversivo, solo pochi giorni fa esponenti del Movimento 5 Stelle e di AVS non hanno avuto remore a sedersi allo stesso tavolo dei Carc durante un’iniziativa alla Camera.
Una sinistra che non condanna
Il paradosso di questo 25 aprile è tutto qui: mentre l’Anpi e i partiti di opposizione riempiono le piazze parlando di “democrazia in pericolo”, i loro compagni di strada praticano lo squadrismo contro chiunque osi ricordare che esiste una resistenza anche a Kiev o che la Brigata Ebraica ha contribuito a liberare l’Italia.
Le prefetture e i consolati Usa sono stati indicati come bersagli, la Brigata Ebraica è stata insultata e i radicali sono finiti al pronto soccorso. Se questa è la “Liberazione” che ha in mente la sinistra antagonista, c’è seriamente da preoccuparsi. Resta una domanda per Conte e Schlein: fino a quando continuerete a coccolare, o quantomeno a non isolare, chi scambia le piazze italiane per il teatro di una rivoluzione violenta e antisemita?





