Il 1898 l’anno della torsione autoritaria
Luciano Luciani.
Scrittore, uomo politico della estrema sinistra parlamentare, grande e combattivo avversario prima del trasformismo di Agostino Depretis, poi delle tendenze autoritarie e imperialistiche di Francesco Crispi, suo antico e più anziano compagno nella spedizione dei Mille, Felice Cavallotti (Milano, 1842 – Roma, 1898) non disdegna risolvere con un duello le vivaci polemiche e gli aspri contrasti che gli derivano da un’ intensa e appassionata attività giornalistica e parlamentare. L’ennesimo, quello del 6 marzo 1898 con il deputato monarchico e crispino Ferruccio Macola, gli è fatale. Narrano le cronache che “al terzo assalto Cavallotti…accaloratosi nello scontro investiva all’impazzata l’avversario e la sciabola di questi gli si conficcava nella gola tagliandogli la trachea e uccidendolo quasi all’istante”… Enorme l’impressione e unanime il compianto per la morte del “bardo della democrazia”: il Parlamento decreta un lutto di otto giorni ed espressioni di cordoglio giungono da mezzo mondo, dalla Camera dei deputati francese come dai Parlamenti di Grecia e di Bulgaria! A Roma sembra che l’intera città partecipi al lutto per la scomparsa del protagonista generoso e disinteressato di tante battaglie parlamentari e giornalistiche; a Milano i funerali risultano imponenti con una straordinaria presenza di popolo e di autorità. Larghissimo l’intervento della sinistra politica: radicali, repubblicani, socialisti…Per le autorità di polizia una prova in più per affermare che in tale occasione erano state gettate le basi della ‘rivoluzione’ che, qualche settimana più tardi, avrebbe dovuto scuotere Milano e l’Italia. Non manca neppure chi, come il poeta Lorenzo Stecchetti, intravede in quella vicenda il risultato di oscure trame crispine, finalizzate all’eliminazione di un irriducibile avversario politico. Così, con la foga oratoria propria del periodo, il poeta forlivese si rivolge a Francesco Crispi individuato come il mandante di Macola: Nel mortal duello / non fu tua la vittoria. / Con un colpo di spada o di coltello / non si uccide la Storia!
La storia naturalmente “non si uccide” e non si ferma… E di lì a poche settimane la questione sociale irrisolta, trascurata da Crispi e dai suoi successori, avrebbe reclamato con forza i suoi diritti. Dal nord al sud della penisola agitazioni e tumulti causati dall’aumento del prezzo del pane ripropongono drammaticamente il tema delle durissime condizioni materiali di vita delle classi subalterne: nell’inverno e nella primavera di quell’anno 1898 la Sicilia, l’Emilia, la Romagna e le Marche diventano il teatro di manifestazioni per il pane, il lavoro e contro un esoso sistema fiscale che arrivava a tassare addirittura gli animali da tiro. Particolarmente gravi gli incidenti che avvengono ad Ancona, dove, per riportare la calma, il governo è costretto a far intervenire due squadroni di cavalleria e ricorrere a massicci arresti di avversari politici. A guidare la repressione quel generale Baldissera che aveva negoziato la pace col negus Menelik dopo la sconfitta di Adua del 1896 e che, partendo per la sua missione africana, era stato accompagnato dalla celebre e beffarda canzoncina “Baldissera, Baldissera / non ti fidar di quella gente nera…”
Intanto in Veneto e in Lombardia già da qualche anno circola La boje, un canto che accompagna di solito le mobilitazioni e i moti contadini sempre più numerosi a mano a mano che ci si avvicina alla fine del secolo: La boje, la boje e de boto la va de fora (Bolle, bolle e all’improvviso trabocca). Soggetto implicito, ma chiarissimo nella coscienza sia dei padroni sia degli sfruttati, la rabbia delle classi subalterne sempre più simile all’acqua di un pentolone che procede verso un’ebollizione inarrestabile.
Al brontolio delle plebi affamate fa riscontro il cicaleccio un po’ vacuo di una borghesia non all’altezza dei problemi, testimoniato dal successo di canzonette “canta che ti passa” come la celeberrima Ciribiribin: Ciribiribin, che bel faccin, / che sguardo dolce ed assassin! / Ciribiribin, che bel nasin, / che bel dentin, che bel nasin…
Intanto si approssima il sanguinoso maggio del 1898: nei primi giorni di quel mese l’esercito ammazza sei manifestanti a Bagnocavallo, cinque a Molfetta, uno a Piacenza, uno a Figline Valdarno, quattro a Sesto Fiorentino, due a Livorno… Questa nuova geografia della repressione trova a Milano la propria capitale: il 5 maggio a Pavia, la polizia interviene duramente per reprimere una manifestazione popolare e uccide il giovane figlio del sindaco della città. A Milano il sindacato stampa dei manifesti di protesta, di cui viene impedita la distribuzione e l’affissione. Anzi, questo episodio viene usato dal generale Fiorenzo Bava Beccaris per imporre lo stadio di assedio e scatenare una vera e propria caccia all’uomo per le vie della città lombarda. Si spara contro i passanti per strada, contro coloro che ardiscono affacciarsi alle finestre, contro gli uomini, le donne, i bambini. I soldati, fanatizzati contro “il nemico interno”, non esitano ad assalire il convento dei frati di corso Manforte e scambiano i mendicanti in fila per ricevere la quotidiana ciotola di minestra per pericolosi sovversivi: a colpi di cannone i militari radono al suolo il muro di cinta dell’istituto religioso e li assaltano con le baionette innestate. Una strage. Così racconta quelle tragiche giornate Paolo Valera, scrittore tardo-scapigliato e giornalista di orientamento socialista: “Ero circondato da feriti che imploravano soccorso, e da morti che mi guardavano in faccia con la loro faccia gelata e coi loro occhi ingrossati e spaventati dalla morte. Non dimenticherò mai quello dalla testa scallottata. Il disgraziato era tutto impillaccherato del suo sangue. I capelli alle pareti craniche ne erano incatramati e le guance e il collo ne erano lastricati. Giaceva come un orrore.”. (Valera, I cannoni di Bava Beccaris). Milano viene trattata come una città nemica e la strage dura tre giorni: alla fine si contano centodiciotto morti e quattrocentocinquanta feriti secondo il governo, più di quattrocento morti e oltre duemila feriti per l’opposizione.





