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Gli schiaffi garbati di Giuliano Cazzola al governo Meloni

Giuliano Cazzola su StartMag scrive un commento critico sul governo di Giorgia Meloni. Scrive: Bollettino di guerra. I resti di quella coalizione che vinse le elezioni anticipate del 2022 abbandonano in disordine e senza speranza i seggi che avevano occupato con orgogliosa sicurezza. Ci scuserà Armando Diaz se ci siamo permessi di parafrasare il suo Bollettino della vittoria del 4 novembre 1915, ma la maggioranza di centro destra – dopo la sconfitta nel referendum – dà l’impressione di un esercito in ritirata che arretra senza neppure tentare una linea di resistenza che potrebbe creare parecchie difficoltà all’avanzata ancora incerta e guardinga degli avversari i quali non sono ancora riusciti a coordinare le loro truppe tuttora incredule sulla possibilità di vincere una guerra già data per persa. Il governo tenta di elaborare il lutto delle sue Idi di marzo accreditando le critiche degli avversari come se fossero fondate tanto da farsene autocriticamente carico.

Giusto o sbagliato che sia, l’esecutivo e la maggioranza hanno aggiustato le loro politiche nel senso indicato dalle opposizioni, in particolare di quelle forze al lavoro nel cantiere del Campo largo. Nel compiere questa virata, la maggioranza – alla stregua di un esercito in rotta – abbandona armi e vettovaglie al nemico che avanza. Sul piano della politica internazionale (uno dei meriti riconosciuti a Giorgia Meloni) si assiste ad un cambio di strategia e di alleanze. Certo in questo settore le contingenze sono state più influenti della volontà. Meloni non era in grado di svolgere una mediazione tra le due sponde dell’Atlantico, perché quella americana si allontanava sempre più e senza preavviso. E Trump ci ha messo tanto del suo.

Ma c’è stato anche un cambiamento nell’azione della premier. Le opposizioni l’hanno tenuta sotto pressione con la scusa della subordinazione a Donald Trump, giocando non sulla sostanza dei fatti politici, ma sulla fuffa delle dichiarazioni. Non c’è stato infatti un solo atto politico che abbia visto il governo italiano muoversi, nel confronto con il bizzarro leader statunitense, su di una linea diversa da quella della Ue. Meloni ha criticato i dazi, che peraltro si sono rivelati un clamoroso flop tanto da premiare il governo per non aver condiviso il catastrofismo delle opposizioni; ha difeso la Groenlandia dalle mire di Trump senza prestarsi alla pagliacciata di inviare un plotone di carabinieri tra i ghiacci e le foce; ha avuto una posizione equilibrata sulla guerra nella Striscia senza lasciarsi coinvolgere nei deliri pro Pal nonostante le migliaia di manifestazioni svolte in Italia con il consueto seguito di guerriglia urbana e con il crescendo di un ritrovato e diffuso antisemitismo; ha continuato a sostenere la causa dell’Ucraina, appoggiando la proposta del prestito meno avventurosa di quella del sequestro  degli asset russi, non prestando orecchio agli appelli al realismo rinunciatario che non veniva solo dagli Usa, ma era ben presente anche in Italia dentro e fuori della maggioranza.

Non si può dire che il governo abbia compiuto degli atti concreti per appoggiare l’attacco israelo-americano all’Iran (si veda il rifiuto pro bono pacis con le opposizioni della mancata autorizzazione all’atterraggio nella base di Sigonella) . Certo, nel confronto con prese di posizione delle altre Cancellerie e di quelle dei leader delle opposizioni in Italia, Meloni ha sempre usato toni appropriati nella consapevolezza che non esisterebbe un Occidente senza gli Usa. Ma soprattutto il governo ha tenuto una linea dei conti pubblici che in quattro anni – anche se è fallita  per un decimale l’operazione dell’uscita anticipata dalla procedura di infrazione – ha ridotto il deficit di 5 punti di Pil.

Da alcune settimane in questa linea emergono dubbi e cambiamenti. Lasciamo stare le parole di critica più o meno esplicita che sono rimbalzate tra le sponde dell’Oceano e stiamo ai fatti. In primo luogo, la presa di distanza da Israele nel conflitto con Hezbollah che ha portato non solo a bloccare il rinnovo automatico ma a sospendere l’accordo di collaborazione. Del governo israeliano si può pensare tutto il male possibile, ma bisogna credere che gli  asini volino se non si riconosce ad uno Stato sovrano di difendersi da una milizia ben armata dall’Iran che si è impadronita del Libano per bombardare i civili di Israele. Tuttavia, la devianza più grave sta nella richiesta ossessiva, in sede Ue, di sospendere il patto di stabilità nella sua gradazione di imbecillità che va dall’uscita unilaterale alla proposta di ‘’fare da sé’’ nel caso in cui l’Unione rimanga contraria.

Mentre fa capolino la tentazione di una marcia indietro sul riarmo, è fin troppo evidente che la crisi energetica non c’entra. Se non si libera la navigazione negli Stretti non ci sarà solo un problema di costi, ma di fabbisogni che richiederanno misure di contenimento dei consumi e di individuazione delle priorità come quelle che furono adottate negli anni’70 del secolo scorso dopo la guerra del Kippur. Infatti, non avrebbe senso calmierare il prezzo di un prodotto che non c’è. Il vero obiettivo di un maggiore deficit è quello di una legge di bilancio di stampo elettorale che, tuttavia, non garantirebbe una vittoria nelle elezioni del 2027. Soprattutto se il governo insistesse per andare a votare con una nuova legge elettorale connotata da un esorbitante premio di maggioranza. Nelle condizioni in cui versa il centro destra non è proprio il caso di mettersi a giocare alla roulette russa.

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