Giustizia, doppia bufera a Milano per il caso Minetti e il processo Dell’Utri
Ariel Piccini Warschauer.
Una giornata di forte tensione sull’asse tra il Palazzo di Giustizia di Milano e il Colle. Da un lato, il Quirinale che interviene con una mossa inusuale per fare luce sulla grazia concessa a Nicole Minetti; dall’altro, la decisione del gup di mandare a processo Marcello Dell’Utri per le milionarie donazioni ricevute dal Cavaliere. Due vicende distinte, ma unite dal filo rosso dei protagonisti della stagione berlusconiana che tornano a occupare le cronache giudiziarie.
La notizia più clamorosa arriva direttamente dall’ufficio stampa del Quirinale. La Presidenza della Repubblica ha inviato una lettera urgente al Ministero della Giustizia chiedendo di verificare la fondatezza di alcune indiscrezioni giornalistiche (sollevate dal Fatto Quotidiano) riguardanti la grazia concessa lo scorso 18 febbraio a Nicole Minetti.
Il nodo della questione è la presunta falsità degli elementi presentati nella domanda di clemenza. Il provvedimento di grazia, firmato dal Capo dello Stato su proposta favorevole del Guardasigilli e del Procuratore generale di Milano, era motivato da ragioni umanitarie: l’affidamento in prova della Minetti le avrebbe impedito di prestare la necessaria assistenza a un minore affetto da una grave patologia, bisognoso di cure specialistiche all’estero.
Tuttavia, nuove verifiche suggeriscono che il quadro rappresentato al Presidente potesse essere diverso dalla realtà. Dal Colle filtrano fonti che chiariscono la posizione della Presidenza: il Capo dello Stato non dispone di propri strumenti di indagine e fonda le sue decisioni esclusivamente sull’istruttoria svolta dal Ministero. Se i presupposti della grazia dovessero rivelarsi falsi, l’intero provvedimento rischierebbe di essere travolto da una bufera istituzionale senza precedenti.
Mentre il Quirinale attende risposte, a pochi chilometri di distanza, la gup Giulia Marozzi ha firmato il decreto che manda a processo l’ex senatore Marcello Dell’Utri e la moglie Miranda Ratti. L’accusa è pesante: violazione della legge Rognoni-La Torre. Dell’Utri, già condannato definitivamente per concorso esterno in associazione mafiosa, avrebbe omesso di comunicare variazioni patrimoniali per oltre 42 milioni di euro ricevuti tra il 2014 e il 2024 attraverso otto bonifici partiti dai conti di Silvio Berlusconi.
L’inchiesta, inizialmente radicata a Firenze per l’ipotesi (poi caduta) di un legame con le stragi del ’93, è approdata a Milano per competenza territoriale. Secondo i pm Pasquale Addesso e Marcello Viola, quel fiume di denaro sarebbe servito per aggirare le rigide norme sulle misure di prevenzione antimafia. Per la moglie si ipotizza invece l’intestazione fittizia di beni.
Non si è fatta attendere la replica del collegio difensivo di Dell’Utri e Ratti. “Confidiamo di dimostrare l’assenza di responsabilità”, dichiarano i legali, sottolineando come la vicenda sia già passata al vaglio di sei diverse autorità giudiziarie, comprese due pronunce della Cassazione, che avevano escluso trasferimenti fraudolenti.
Il dibattimento si aprirà il prossimo 9 luglio davanti alla seconda sezione penale del Tribunale di Milano. Sarà quello il momento in cui si cercherà di capire se quei 42 milioni fossero un ultimo atto di generosità del fondatore di Forza Italia o, come sospetta l’accusa, un modo per mantenere silenzi pericolosi sulle ombre del passato.





