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Fondazione Monte dei Paschi, quando non si sceglie è facile andare tutti d’accordo

Pierluigi Piccini.

Da una riunione tra la Fondazione e i sindaci è uscita una cosa rara, e perciò sospetta: l’accordo di tutti. Destra e sinistra, capoluogo e comuni della provincia, hanno applaudito lo stesso metodo — concentrare le risorse, individuare le priorità, ascoltare il territorio. Quando un accordo è così largo conviene chiedersi su che cosa si è formato, e la risposta è che si è formato sul generale, dove nessuno ha niente da perdere. Il generale non costa: lo si sottoscrive a occhi chiusi, perché non nomina nessuno, non esclude nessuno, non sceglie. È la parte facile. Le cose cominciano a dividere solo quando dal metodo si passa alle scelte, e di scelte, in quella sala, non se n’è vista una.

Del resto, convocare il territorio per annunciare un metodo nuovo è già una confessione: si cambia ciò che non ha funzionato, o che non basta più. Ed è qui il punto che nessuno ha voluto toccare. I criteri per decidere la Fondazione li ha sempre avuti — un regolamento dell’attività istituzionale, una programmazione pluriennale, bandi che pubblicano requisiti e parametri di selezione. Solo che hanno sempre governato il canale più piccolo e più innocuo, quello dei bandi, dove la scelta è comparativa e si fa alla luce del sole. Il denaro che conta è passato altrove: nei progetti propri, negli interventi strategici, nelle grandi operazioni, là dove la regola si ferma sulla soglia e lascia decidere la discrezione. Una regola che disciplina il poco e abbandona il molto non ha fallito per distrazione: ha fatto esattamente ciò per cui era stata ritagliata.

Se le cose stanno così, chiedere di tornare ad applicare le regole di prima non serve a niente: erano proprio quelle a non bastare. Serve che la Fondazione, per una volta, scriva. Non che ascolti — ascoltare è gratis, e l’abbiamo già sentito — ma che metta sul tavolo un testo, e lo metta lei, perché l’onere è suo e non dei comuni che chiedono udienza. Un testo che dica che cos’è un progetto strategico e con quali misure lo si riconosce, e lo dica in pubblico come si pubblica un bando; che porti anche il canale discrezionale sotto la stessa luce comparativa, togliendogli l’eccezione che fin qui l’ha protetto; che tratti l’equilibrio tra centro e periferia come un parametro dichiarato e non come l’esito di una trattativa fatta in stanze dove i piccoli non entrano; che stabilisca prima, e non dopo, con quali indicatori si giudicherà se i soldi sono serviti. Solo davanti a un documento simile il territorio smette di dialogare e comincia a giudicare, ed è la differenza tra una decisione e una cortesia.

Senza quel testo si resta nel registro che la Provincia conosce meglio di chiunque, il “volemose bene”: l’accordo esibito proprio perché non si è deciso nulla. L’unanimità di questi giorni non è un risultato, è il segnale che la sostanza non è ancora entrata in sala. Si è votato il principio e rinviato il merito, come sempre, a dopo l’estate; ma il merito rinviato non è merito sospeso, è merito sottratto allo sguardo, e ciò che si sottrae allo sguardo finisce per deciderlo chi pesa di più.

È su questa soglia che andrà misurata l’autonomia di cui il presidente si fa vanto. Un’autonomia che mette d’accordo destra e sinistra è, per definizione, un’autonomia esercitata dove non si rompe niente: comoda, generale, senza nemici. Quella vera si riconosce solo nel particolare, perché il particolare costa — scegliere una priorità vuol dire rinunciare alle altre, e chi rinuncia in nome del territorio scontenta per forza qualcuno. Il banco di prova, allora, è semplice ed è scritto nei criteri: se diventeranno regola anche dove finora c’era la mano libera, vorrà dire che l’autonomia non era una formula; se resteranno fermi al canale dei bandi mentre il grosso continua a muoversi per logiche diverse, sapremo che la parola era più grande della cosa.

Perché la domanda finale non è se la Fondazione ascolti, concentri o programmi. È se contribuirà davvero alla crescita di tutto il suo territorio — il capoluogo e l’ultimo dei paesi nella stessa condizione — e a quell’innovazione di sistema che si invoca con facilità e si pratica con fatica. A questa domanda non risponderà nessun documento di intenti e nessuna buona volontà. Risponderà la prima scelta presa per criterio e non per trattativa. Tutto il resto, per ora, è ancora la parte facile.

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