Escalation in Medio Oriente, raid contro navi Usa nello Stretto di Hormuz
Ariel Piccini Warschauer.
Ore di altissima tensione nelle acque dello Stretto di Hormuz, dove sono stati segnalati attacchi contro navi battenti bandiera degli Stati Uniti. Il raid, su cui il Pentagono sta mantenendo il massimo riserbo per verificarne la matrice e l’entità dei danni, rischia di incendiare nuovamente il Golfo Persico in un momento politico a dir poco cruciale.
L’escalation militare si consuma infatti sul delicatissimo crinale di un negoziato diplomatico che sembrava ormai alle battute finali. Da Washington, il Vicepresidente americano JD Vance ha frenato gli entusiasmi della vigilia con una dichiarazione che fotografa la complessità delle trattative: «L’accordo per il cessate il fuoco non è ancora concluso, ma siamo vicini».
Secondo fonti vicine ai negoziati, la bozza dell’accordo bilaterale tra Stati Uniti e Iran per una de-escalation nella regione sarebbe di fatto pronta sul tavolo dei diplomatici. Il testo, tuttavia, è congelato in un limbo politico: la sua effettiva entrata in vigore è subordinata all’approvazione finale e simultanea del Presidente statunitense Donald Trump e della Guida Suprema iraniana, l’Ayatollah Ali Khamenei. Un doppio via libera tutt’altro che scontato, considerando le pressioni delle rispettive ali oltranziste.
Mentre la diplomazia internazionale tenta di disinnescare la crisi, l’intelligence militare israeliana lancia un duro monito sul lungo periodo. In un report interno delle IDF (le Forze di Difesa Israeliane), gli analisti militari esprimono forte preoccupazione per i futuri scenari bellici.
Secondo l’IDF, le capacità missilistiche e tecnologiche sviluppate recentemente da Teheran permetteranno alla Repubblica Islamica, in caso di conflitti futuri, di sferrare attacchi molto più devastanti e precisi direttamente sul fronte interno (home front) di Israele, superando potenzialmente le attuali barriere di difesa aerea.
La sicurezza dello Stretto di Hormuz – corridoio marittimo vitale attraverso cui transita circa un quinto del petrolio mondiale – torna così a essere il termometro della crisi globale. Gli attacchi delle ultime ore, se confermati come un’azione diretta delle forze iraniane o delle loro milizie proxy, potrebbero essere letti come un tentativo di Teheran di alzare la posta in gioco e mostrare i muscoli prima della firma definitiva dell’accordo, o viceversa, come il tentativo di sabotare i canali diplomatici da parte delle fazioni contrarie al dialogo con l’Occidente.
La Casa Bianca ha fatto sapere che il Presidente viene costantemente aggiornato sull’evoluzione della situazione nel Golfo. Nelle prossime ore si attendono le comunicazioni ufficiali del Pentagono sui danni e sul numero di vettori coinvolti nei raid.





