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Drappellone del Palio, l’applauso che tarda è già un giudizio

Pierluigi Piccini.

Un applauso che tarda è già un giudizio. Prima ancora che la mente formuli la sua riserva, è il corpo della città a parlare, e ieri, nel Cortile del Podestà, quel corpo si è scaldato poco. È un dato, prima che un’opinione: il tepore non si argomenta, si sente. E quando la platea fatica a scaldarsi, nessuna esegesi successiva può cancellare quel primo, onesto silenzio.

Il sindaco ha consegnato la lettura consolatoria di rito — l’armonia come auspicio, «vi voglio bene», la promessa che col tempo l’opera sarà apprezzata di più. È la formula che si pronuncia quando l’oggetto non ha scaldato e si preferisce affidare al futuro ciò che il presente non ha concesso. Comprensibile, anche affettuosa. Ma è una consolazione, non un giudizio: rinvia la verità invece di affrontarla. E vale la pena affrontarla adesso, mentre il cencio è ancora caldo di presentazione e prima che la liturgia del 2 luglio copra tutto.

L’armonia è una parola bellissima e, applicata al Palio, è anche una parola sospetta. Perché il Palio non è la riconciliazione dei contrari: è la loro convivenza governata, è una città che mette in scena la propria divisione diciassette volte e ogni volta sopravvive. La sua verità è agonale, sanguigna, intrattabile. Il sangue non è l’opposto del sacro, ne è il motore: la contesa è la preghiera. Un drappellone, prima di essere un quadro, è l’oggetto votivo che deve reggere questa contraddizione, non scioglierla. Quando l’opera trasforma il dualismo in tensione feconda, quando i due cavalli — il nero e il bianco — non si sfidano ma danzano in uno slancio ascensionale, c’è il rischio che la grammatica dell’armonia anestetizzi proprio ciò che dovrebbe consacrare. L’armonia diventa allora un nome invocato sull’immagine che l’immagine non riesce a riempire di sostanza, perché la sostanza del Palio resiste all’armonia. Il tepore del Cortile è, in fondo, la città che riconosce, prima di saperlo, che un po’ della sua ferocia è stata levigata.

Sia detto con onestà: esiste una lettura opposta, e non va liquidata. Il cencio si rivolge anzitutto alla Madonna, non a chi lo commenta; e il registro volutamente elementare, quasi naïf, potrebbe essere — al contrario di quanto sembra — la sua fedeltà più profonda: un ritorno alla grammatica umile dell’ex voto, dell’immagine devozionale che non rappresenta ma rende presente. La scelta di figurare le Contrade attraverso gli animali, così che a correre siano tutti i senesi e non dieci cavalli, è gesto civile e teologico generoso. Su questo crinale l’opera è davvero ambigua, e l’ambiguità è la sua parte più interessante: non si capisce se l’eleganza pastello sia coraggio travestito da mitezza, o mitezza che si racconta come scelta.

Il punto più alto, intellettualmente, è altrove: la lamina d’argento ottocentesca che diventa manto della Vergine per aprire lo spazio narrativo a San Francesco, negli ottocento anni dalla morte. Lì c’è un pensiero vero sulla stratificazione — la lamina devozionale, le corazze dei condottieri, il foglio bianco — e c’è la consapevolezza che a Siena ogni superficie è un palinsesto. Lo stesso vale per il pavimento su cui i barberi danzano, che rimanda alle maioliche del Pellegrinaio del Santa Maria della Scala. Chi quei luoghi li ha attraversati sa che non sono repertorio decorativo da saccheggiare, ma testi che chiedono di essere letti con la serietà filologica che a questa città non è mai mancata. Quando l’artista tocca questo registro, l’opera respira.

Resta un’ultima questione, che è poi la più senese di tutte. Per legittimare il drappellone si è convocato l’apparato della «giovane pittura italiana», la grammatica delle tendenze nazionali, l’autorevolezza di chi quel circuito lo dirige. Operazione comprensibile, perfino utile. Ma c’è un’ironia che non va taciuta: l’oggetto più intraducibile che Siena possiede — il meno esportabile, il meno «contemporaneo» nel senso del mercato — viene consacrato dalla grammatica di quel mercato. Forse il tepore del Cortile è anche questo: una città che rifiuta, per istinto, di appaltare altrove il proprio giudizio. Non è provincialismo. È la consapevolezza che certe cose si decidono qui, o non si decidono.

Una nota su Ismaele Nones

Va riconosciuto subito ciò che merita: Nones è arrivato con onestà. Ha buttato il primo bozzetto dopo aver incontrato i contradaioli, ha ascoltato prima di dipingere, e ha avuto il coraggio raro di dirlo. La sua è dichiaratamente una posizione esterna — un giovane del Nord davanti a un rito che non gli appartiene per nascita — e l’ha abitata con rispetto. Questo rispetto è la sua integrità. È anche, però, il suo soffitto.

Perché la riverenza è una virtù che, oltre una certa soglia, trattiene il pennello. Lo sguardo profondamente rispettoso dell’identità e della storia di Siena è esattamente ciò che permette all’opera di non offendere nessuno e di non scaldare quasi nessuno. Manca un po’ di coraggio, sì, ma è coerente con il suo tratto: e quella coerenza va onorata, non derisa. Nones non ha simulato una sanguigna senese che non possiede, non ha mimato il furore. Ha offerto il garbo che gli appartiene. Il limite dell’opera è il limite del garbo davanti al sangue — e questo limite, almeno, è onesto.

La verità più nuda l’ha detta l’artista stesso, quando ha confessato la scarica d’adrenalina e l’emozione latente da mesi: è venuto a Siena per emozionarsi, e si è emozionato. Resta da vedere se Siena, il 2 luglio, salendo al canape, riconoscerà in quel cencio rosa e celeste il proprio nome — o soltanto un bel saluto, garbato e gentile, fatto da chi questa città l’ha amata senza, ancora, esserne stato attraversato fino in fondo.

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