Domenico Barbara, la personalità controversa di un grande impresario teatrale
Luciano Luciani.
Sguattero in una tavernaccia dei bassifondi milanesi, Domenico Barbaja (Milano 1778 – Napoli, 1841) mal tollerava la modestia della sua condizione e anelava con l’ardore dei suoi anni verdi ad afferrar per i capelli l’occasione propizia che gli consentisse il primo balzo dalle tenebre di una vita miserevole alla luce del fasto e della notorietà. Amava l’agiatezza chiassosa, e se ne compiaceva con gli altri. Una profonda sensualità accresceva in lui la determinazione di arrivare comunque. Un giorno, per soddisfare i capricci di una ragazzetta dai facili costumi e d’una “eccellenza” innamorata, capitati per caso nella bettola in cerca di sensazioni nuove, preparò un intingolo dal colore indefinibile e dal sapore inqualificabile. Venne fuori così la “barbajada”, un mix di cioccolata, caffè e latte sormontato dalla panna montata, che attirò nel locale altre eccellenze e altre donne smorfiose. La taverna divenne di moda: Domenico Barbaja fece delle conoscenze preziose e con geniale abilità seppe profittarne. Sei mesi più tardi, appaltatore di giochi d’azzardo nel ridotto della “Scala” di Milano, viaggiava in carrozza per le strade lombarde circondato dalle raffinatezze e dal conforto di un’esistenza particolarmente agiata. Trasferitosi a Napoli, l’antico garzone di caffè si stabilì in una villa a Posillipo e si immerse nella vita mondana e affaristica della città partenopea destreggiandosi tra i nostalgici dell’esule Borbone e i fautori del Murat, sino a che, rientrato Ferdinando a Napoli, esigenze nuove gli imposero un ben definito orientamento verso il tiranno ancora sospettoso e guardingo.
Nel 1816 il Teatro San Carlo era stato distrutto da un incendio; e dinanzi a esso, tutti i giorni all’ora consueta del passeggio, il Barbaja faceva sostare la sua carrozza e si immergeva in pensoso raccoglimento guardando la facciata dell’edificio, ora desolata come una vedova in gramaglie.
E un giorno, dopo una delle più approfondite meditazioni, dinanzi ai relitti melanconici del San Carlo, egli si presentò al re offrendosi di far ricostruire a proprie spese il teatro; al che avendo il sovrano acconsentito assai di buon grado, il Barbaja si pose all’opera e nello spazio di dieci mesi il Real Teatro San Carlo fu di nuovo pronto ad accogliere spettacoli per i quali il suo costruttore e impresario era determinato a impegnare, insieme con il massimo sostegno finanziario, gli accorgimenti più accurati della dignità artistica e del buongusto.
Così il Barbaja iniziò la gestione magnifica del San Carlo, assunse poi quella del Fondo, oggi Mercadante, e di altri teatri cittadini, sino ad estendere la sua diretta presenza nelle imprese teatrali di altre città italiane, e all’estero. Una oculatissima gestione riuscì a trarre dai locali il massimo attivo, mentre i giochi d’azzardo continuarono a fornire al Barbaja larghi proventi: il che, insieme con l’incondizionata protezione del sovrano, fece dell’accorto impresario, in breve tempo, l’individuo più blandito, temuto e potente del regno.
Intorno a quest’uomo verso il quale si polarizzarono la curiosità e la malevolenza, la riconoscenza e l’elogio sereno, il pettegolezzo, la fantasia e l’attenzione di personaggi anche insigni, si creò tutta una letteratura da cui è assai difficoltoso trarre un giudizio obbiettivo sulla sua personalità. C’è chi lo definì avido, avaro e strozzino, chi sordido e deforme, chi, invece, di piacevole aspetto e attraente. Colpiva i contemporanei per la sua intelligenza limpida e versatile che ne compensava la scarsissima cultura. Di sicuro egli fu un accorto affarista, ma corretto, buono e generoso. Potente più che i ministri del sovrano tanto da essere definito il “viceré” di Napoli, egli profittò di quella sua condizione privilegiata essenzialmente per animare d’una inesauribile vitalità artistica i suoi spettacoli. Ricco, straricco, dovette la sua fortuna tutta al proprio talento. Della opulenza ebbe una concezione rinascimentale che lo spinse al mecenatismo verso singoli, e alla costruzione di edifici sacri e profani per una dignità sempre maggiore di Napoli, vissuta come la sua vera patria.
Cultore della bellezza femminile, egli, autoritario e indipendente come pochi altri, si fece arrendevole come un fanciullo nelle mani di una sua primadonna che aveva parzialmente perduto la voce ma non le caratteristiche estetiche della più affascinante femminilità: Isabella Colbran (Madrid, 1785 – Bologna, 1845). Fu amico di molti, sincero e leale soprattutto con Gioacchino Rossini, che aveva chiamato a Napoli a scriver musica per i suoi teatri e con il quale mantenne saldi rapporti affettivi anche dopo che quello un giorno, improvvisamente, si dileguò con la vezzosa refurtiva della Colbran che poi sposò il 15 marzo 1822.
A un certo punto il Barbaja, forse stanco, abbandonò la gestione anche del San Carlo, ma più tardi struggendosi di nostalgia per l’ambiente cui aveva dedicato tutta la sua febbrile attività, fece ricostruire il malandato teatro sotto Monte Calvario che assunse così il nome di Nuovo. Là raccolse le giovani speranze dell’arte musicale e tersicorea e attivamente le incoraggiò, le protesse. La sera del 19 ottobre 1841, c’era spettacolo in quel teatro, la bacchetta del direttore s’arrestò a mezz’aria, le ugole canore interruppero i loro virtuosismi e il sipario si chiuse lentamente, melanconicamente, mentre la gente ammutolita disertava la sala. Domenica Barbaja era morto di una sincope nella sua villa di Posillipo.
Scrive un giornale dell’epoca”…ne accompagnavano la salma al Camposanto, i suonatori e i cantanti del Real Teatro San Carlo, del Fondo e del Teatro Nuovo, la compagnia francese di prosa, quella del teatro dei Fiorentini e una infinità di amici. Vecchi cantanti malati e infermicci si fecero portare in bussola e qualcuno andava strascinandosi appresso sorretto da due persone…”
Non v’era più luogo ormai per la blandizie e l’adulazione servile: e quella dimostrazione affollata e spontanea non poteva rappresentare se non il compianto sincero di cuori grati e affranti.





