Dl Sicurezza, l’assedio delle opposizioni ma per Meloni “nessun pasticcio”
Ariel Piccini Warschauer.
La passerella tra il design e l’eccellenza del made in Italy si trasforma, nel giro di pochi minuti, nell’arena di uno scontro istituzionale senza precedenti. Giorgia Meloni arriva al Salone del Mobile di Milano con il piglio di chi non vuole concedere un millimetro di campo, proprio mentre a Roma la Camera dei Deputati precipita nel caos.
Il cuore della protesta è l’Aula di Montecitorio. Le opposizioni — in un fronte comune che vede Pd, M5S e AVS compatti — hanno occupato i banchi del governo. Le urla “Vergogna, vergogna” e i cartelli sollevati contro il decreto hanno costretto la presidenza a sospendere la seduta. Al centro della rabbia delle minoranze c’è la gestione “schizofrenica” di un decreto che, a pochi giorni dalla scadenza del 25 aprile, si trova incagliato tra i rilievi della Presidenza della Repubblica e la rigidità della maggioranza.
Il nodo è politico e giuridico. Ieri, il sottosegretario Alfredo Mantovano è salito al Quirinale per un colloquio con Sergio Mattarella. Sul tavolo, la contestatissima norma che prevede compensi agli avvocati che convincono i migranti ai “rimpatri volontari”. Un incentivo che ha fatto insorgere il Consiglio Nazionale Forense e che il Colle ha giudicato problematico sul piano della costituzionalità.
Da Milano, Meloni non usa diplomazia. “Il decreto sicurezza non è un pasticcio”, scandisce davanti ai taccuini. La strategia del governo è ormai chiara: per evitare la decadenza del decreto (che non farebbe in tempo a tornare al Senato), la maggioranza voterà il testo così com’è, per poi “correggerlo” immediatamente dopo con un decreto ad hoc.
“I rilievi del Colle saranno trasformati in un rilievo ad hoc”, spiega la Premier, aggiungendo con una punta di sarcasmo: “Mi stupisco delle opposizioni. Sui rimpatri volontari l’Europa ci chiede di intensificare gli sforzi e ora scopro che non siamo più d’accordo neanche su questo”.
Ma dietro la sicurezza ostentata traspare l’affanno di un esecutivo costretto a una gimkana legislativa per aggirare i propri stessi errori tecnici. Il governo si prepara a porre la questione di fiducia, blindando un provvedimento che le opposizioni definiscono ormai “figlio di un pasticcio autoritario”.
Mentre il Salone del Mobile celebra il bello e il funzionale, la politica romana mette in scena l’ennesimo corto circuito tra palazzi, in un clima di tensione che il rinvio “tecnico” chiesto dal Colle ha solo contribuito a surriscaldare.





