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Così il regime di Teheran arruola i giovani via social

Ariel Piccini Warschauer.

Non servono più i vicoli bui delle capitali europee o i messaggi cifrati nelle inserzioni dei giornali. Oggi il reclutamento degli”agenti stranieri” al soldo dell’Iran passa per i canali aperti di Telegram, tra un’offerta di lavoro fasulla e la promessa di facili guadagni in Bitcoin. L’ultimo capitolo di questa guerra delle spie vede come protagonista Moshe Lachovitz, 21 anni, un ragazzo di Gerusalemme che ha tradito la sicurezza del proprio Paese per una manciata di dollari digitali.

L’atto di accusa depositato dal giudice Yishai Ziegman delinea un protocollo operativo che l’intelligence di Teheran – probabilmente l’Unità 840 della Forza Quds o i servizi del Pasdaran – sta perfezionando da molto tempo. Il contatto non avviene più con agenti sotto copertura fisica, ma tramite un’identità digitale: “il cosiddetto agente Michael”.

Michael non ha chiesto subito piani segreti. Ha iniziato con la “routine” con l’acquisto di hardware: Un telefono “burner” per sfuggire alla geolocalizzazione ordinaria. E poi ha fornito al ragazzo una App spia: un software in grado di filmare mentre lo schermo appare spento, trasformando uno smartphone in uno strumento di sorveglianza professionale. Sono stati così filmati Obiettivi civili e politici con foto del Liberty Bell Park a Gerusalemme e perlustrazioni a Ra’anana, nei pressi delle residenze di figure istituzionali.

L’aspetto più inquietante che emerge dalle carte della procura non è l’ingenuità iniziale, ma la persistenza. Lachovitz, secondo gli inquirenti, a un certo punto ha capito. Ha compreso che dietro quelle richieste non c’era un datore di lavoro eccentrico, ma il principale nemico dello Stato di Israele. Eppure, ha continuato a scattare, a inviare file, a incassare criptovalute per un valore di migliaia di dollari.

C’è un dettaglio quasi surreale in questa vicenda: il ragazzo si spostava da una città all’altra per compiere le sue “missioni” guidando senza patente. Una spregiudicatezza che rivela una fragilità strutturale, quella su cui l’Iran punta per infiltrare il tessuto sociale israeliano.

La guerra dei “proxy” interni

Questa incriminazione si inserisce in un trend che preoccupa lo Shin Bet, i servizi segreti interni. L’Iran non cerca più solo il grande colpo strategico, ma punta alla capillarità. Reclutare cittadini locali serve a mappare il territorio con occhi che non destano sospetti e a creare disturbo e paranoia all’interno della sicurezza israeliana. Ma serve anche a testare la reattività dei sistemi di controspionaggio.

Lachovitz ha smesso di collaborare solo quando “Michael” ha lasciato cadere la maschera della cortesia, scivolando in insulti antisemiti che hanno rotto l’incantesimo del profitto. Ma per i servizi di sicurezza, il danno è già nel fatto che un ventenne abbia potuto, per mesi, servire il nemico dal salotto di casa. La richiesta di detenzione fino a fine procedura è un segnale chiaro: nella guerra ibrida di Teheran, chi presta i propri occhi e i propri servigi all’avversario non gode di sconti di pena, ma rischia il carcere a vita. 

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