Chi c’è dietro l’assalto al Monte dei Paschi e perché fa gola Rocca Salimbeni, che cosa fare per reagire
Pierluigi Piccini sul suo blog commenta e ipotizza scenari. Lunedì mattina i rumours sono diventati un fatto. Intesa Sanpaolo, guidata da Carlo Messina, ha lanciato un’opas da 30,6 miliardi sul Monte dei Paschi, con un premio del 12,5% e un corrispettivo di 1,6 azioni Intesa più un euro in contanti per ciascuna azione senese. Lo schema, costruito con Unipol e Bper, è una spartizione: a Intesa Mediobanca e la quota del 13,2% in Generali, a Bper-Unipol l’intero Montepaschi con buona parte degli sportelli. È la risposta alla mossa di domenica, quando Banco Bpm aveva proposto a Siena una fusione «tra pari». Due disegni opposti su una stessa città. Per capire che cosa è davvero in gioco bisogna togliere la scena del «risiko» e guardare il meccanismo.
Sotto la scena non si muovono le banche, ma un solo nodo: Mediobanca-Generali, il vecchio centro del capitalismo finanziario italiano. Mediobanca è il primo azionista di Generali con circa il 13%, e Generali non è un assicuratore qualunque: è uno dei maggiori compratori di titoli di Stato, la cassaforte del risparmio nazionale. Per questo il governo Meloni vuole che il debito italiano resti in mani domestiche: avere un alleato al vertice di Generali sarebbe, in questa logica, un presidio strategico. Il tesoro conteso, dunque, non è il Monte: è la macchina che finanzia lo Stato. Tutto il resto — Siena compresa — è veicolo.
Da qui va riletta l’intera vicenda, a partire dalla sua origine, che è personale prima che industriale. Per anni Francesco Gaetano Caltagirone e Francesco Milleri, il capo di Delfin, la holding degli eredi Del Vecchio, hanno condotto una guerra contro l’ad di Mediobanca Alberto Nagel e contro quello di Generali Philippe Donnet. Dietro le strategie pesano vecchi rancori: Milleri non avrebbe perdonato il rifiuto opposto da Mediobanca al progetto sull’Istituto Europeo di Oncologia, e Caltagirone rimprovera a Donnet di aver favorito gli interessi francesi più dei soci di minoranza. Non riuscendo a espugnare frontalmente la cittadella, hanno usato un ariete: attorno alla Mps risanata con denaro pubblico, nel novembre 2024 si sono allineati i programmi del governo, di Banco Bpm, di Milleri e di Caltagirone. Con un’offerta da oltre 13 miliardi Siena ha conquistato l’86,3% di Mediobanca, e Piazzetta Cuccia ha cambiato padrone.
Che fosse una manovra di potere, e non un piano industriale, lo dicono due dettagli. Donnet aveva firmato il 21 gennaio 2025 un’intesa con i francesi di Natixis per la gestione comune del risparmio; l’ops del Monte su Mediobanca è arrivata tre giorni dopo, il 24. E la procura ha aperto un’indagine per presunto «concerto» tra Milleri, Caltagirone e Lovaglio: agendo in solido avrebbero superato la soglia che imponeva un’offerta pubblica, aggirandola con lo schema Mps. La «conquista di Siena» nasce con un’ombra giudiziaria addosso.
Poi è successo l’imprevisto, ed è la chiave di lettura di oggi: i vincitori si sono divisi. Al rinnovo del board, in aprile, Delfin ha voltato le spalle a Caltagirone — che sosteneva Fabrizio Palermo — e con il 17,5%, insieme al 3,7% di Banco Bpm, è risultato decisivo per rieleggere Lovaglio, il ceo che il consiglio uscente aveva appena licenziato. Caltagirone, dopo le sconfitte in Generali nel 2022 e nel 2025, ne incassava un’altra a Siena, pur restando azionista pesante. L’asse che aveva preso la cittadella si è spezzato dentro la cittadella stessa. Ed è in questa frattura che si infilano oggi i due contendenti.
La prima opzione è la fusione «amichevole» proposta da Banco Bpm. Ma qui sta il paradosso che pochi nominano: Crédit Agricole detiene già il 19,8% del Banco e ha chiesto alla Bce di salire oltre il 20%, potendo arrivare almeno al 35%. In caso di fusione Bpm-Mps, il primo azionista del nuovo polo sarebbe proprio Crédit Agricole, davanti a Delfin e a Caltagirone. Il «terzo polo sovranista», cioè, finirebbe a guida francese. La seconda opzione è l’opas di Intesa: una spartizione mirata — a Messina Mediobanca e Generali, a Bper le filiali del Monte — pensata anche per limitare l’influenza di Crédit Agricole in Bpm e per chiudere lo spazio ad Andrea Orcel e a UniCredit. Gli advisor dicono tutto: JPMorgan per Intesa, Rothschild per Unipol e, soprattutto, Alberto Nagel — l’uomo estromesso da Piazzetta Cuccia — come consigliere dell’offerta sulla banca che lo aveva esautorato. La sua è una rivincita; quella di Messina su Orcel, un regolamento di conti.
C’è poi il velo nel velo: la bandiera nazionale che copre il capitale straniero. Dietro Bpm c’è la francese Crédit Agricole; i suoi investimenti erano gestiti per l’80% da Amundi, altra creatura francese; la bancassurance del Monte è legata alla francese Axa; BlackRock pesa quasi il 5% di Mps. L’«italianità del risparmio» è insieme una posta reale e uno schermo retorico: serve a mobilitare consenso e a giustificare l’intervento pubblico, mentre nei fatti ogni «campione nazionale» ha capitale estero cucito nelle vene.
Sopra tutti c’è lo Stato, che recita due parti. Ha salvato il Monte nel 2017 arrivando a possederne oltre il 68%; poi ha rivenduto a sconto, collocando il 15% a 5,79 euro per circa 1,1 miliardi e sfruttando la corsa del titolo per fare cassa, fino a consegnare la banca agli stessi privati che oggi se la contendono. Ora il ministro Giorgetti tiene in mano l’unica leva che conta, il golden power, e considera Anima — oltre 200 miliardi di risparmio gestito — un asset di sicurezza nazionale. Tradotto: il costo del salvataggio è stato socializzato — lo hanno pagato i contribuenti e, in misura speciale, Siena, in posti di lavoro, fiducia, nel crollo della Fondazione —, mentre il valore restaurato viene oggi privatizzato e spartito tra dinastie, banche e capitali esteri. La cura l’ha pagata la collettività; il guadagno se lo prendono i privati.
E Siena, in tutto questo? Mediobanca verrà delistata; il marchio sopravvivrà come società non quotata che custodisce la quota Generali. Il toponimo resta come marchio, residuo pubblicitario buono per i comunicati, mentre la sostanza — decisione, proprietà, sovrappiù — migra altrove. Qualunque dei due disegni prevalga, il baricentro decisionale del nuovo gruppo si sposterà a Milano o a Torino, mai a Rocca Salimbeni. La città non è il soggetto di questa partita: è il terreno su cui si combatte, perché è lì che è rimasto depositato il bottino preso a Piazzetta Cuccia.
Allora, chi c’è davvero dietro l’assalto a Siena? Non una mano sola, ma un intreccio: due dinastie che si sono divise dopo aver vinto insieme; uno Stato che ha socializzato i costi e arbitra la spartizione in nome dell’italianità; capitali francesi e americani annidati dentro ogni «campione nazionale»; e una catena di vendette personali — Milleri contro Nagel, Caltagirone contro Donnet, Messina contro Orcel — che muove miliardi sotto la veste asettica delle sinergie. Tutto converge sull’unico nodo che comanda il risparmio degli italiani e il finanziamento del loro debito. Siena è dentro la partita solo perché lì, per una stagione, quel nodo è stato custodito. Nominare con esattezza questa sostanza — distinguere la preda dal veicolo, l’interesse reale dalla retorica, la decisione che si prende altrove da ciò che ancora ci appartiene — non cambia l’esito di oggi. Ma è l’unico modo perché la città vi assista da soggetto consapevole, e non da comparsa entusiasta della propria espropriazione.





