Autorità e repressione nella Chiesa della prima controriforma
Luciano Luciani.
XVI secolo. In un breve volgere di anni nel corpo della Chiesa avvenne una profonda mutazione: se negli anni del Rinascimento gli uomini della gerarchia ecclesiastica – dai livelli più modesti, su su, fino al vertice più alto, erano apparsi licenziosi, intriganti o addirittura corrotti, ora la Chiesa di Roma in tutta la sua organizzazione si caratterizza per personalità battagliere, ardenti, dalla vita austera fino alla santità, pervase però da un profondo spirito d’intolleranza nei confronti degli avversari del cattolicesimo.
Si pensi a papa Paolo IV Carafa (1555 – 1559) già membro del Divino Amore, quindi cardinale rigorista, poi inflessibile inquisitore e pontefice che “si vantava di non lasciare passare giorno senza emanare un decreto tendente a ristabilire la Chiesa nella sua originaria purezza” (von Ranke); oppure a Pio V Ghislieri (1556 – 1572), il papa della crociata antiottomana e della battaglia di Lepanto (1571), a sua volta terribile persecutore dell’eresia evangelica; o si consideri la figura di un instancabile interprete del Concilio tridentino come san Carlo Borromeo, arcivescovo di Milano dal 1560 al 1584, tanto sollecito verso gli ultimi quanto intransigente verso ogni eterodossia religiosa.
Emerge un nuovo sentire diffuso che non riguarda solo l’istituzione ecclesiastica, ma che si amplia all’intera vita culturale: la letteratura, le arti figurative, la musica risentono e interagiscono con il vigoroso irrobustimento del cattolicesimo che permea di sé i comportamenti individuali e gli stili di vita della gente, modella le relazioni tra gli individui e le istituzioni e quelle degli individui tra loro, penetrandone le idee, i sentimenti, i valori, il senso comune. Si elabora un nuovo modello di uomo a cui tutti avrebbero dovuto rifarsi e che doveva informare di sé il senso comune. Non più come nel Medioevo un individuo scarno e smunto per i digiuni con poca o nessuna cura del proprio aspetto e del corpo, distante quando non ostile alle attività economiche e civili, lontano da ogni impegno intellettuale; neppure però un uomo paragonabile a quello rinascimentale tutto preso dai piaceri materiali della vita, teso al successo nella cultura e nella politica, alla perenne ricerca di potere, gloria e ricchezza. Il tipo umano che la Controriforma fa emerge è, invece, “l’uomo che ha un fisico sano, perfettamente utilizzabile, ben pulito, sobriamente ma decentemente vestito, abile nelle attività, bene istruito ma disciplinato capace di dominare tutte le sue emozioni, capace di agire in stretta conformità con tutti i dettami di una ragione stoicheggiante e in rigorosa sottomissione ai suoi superiori” (Riverso).
Lo spirito della Controriforma, condizionato dall’esigenza di una risposta decisa e generalizzata al Protestantesimo e al Calvinismo, non punta tanto alla trasformazione interiore della coscienza del cristiano: mira, piuttosto, a formare dei fedeli rispettosi e devoti, sottomessi e osservanti, volti più che altro a una pratica esteriore del culto.
Sul pluralismo delle idee e sulla ricchezza dei comportamenti religiosi propri dell’età del Rinascimento protrattisi almeno sino alla metà del secolo, cala la cappa di piombo della disciplina ecclesiastica e del predominio cattolico sulle coscienze.
La Controriforma avviata dalla Chiesa romano-tridentina, secondo modi eccezionalmente severi e persecutori nei riguardi dell’autonoma attività intellettuale e della libera creazione artistica, ebbe effetti rovinosi. La repressione e il controllo esercitati dai poteri religioso e politico sui più significativi interpreti della civiltà rinascimentale penalizzò pesantemente le condizioni della cultura di un Paese già prostrato per essere stato il terreno di scontro degli eserciti europei, moralmente fiaccato per la perdita della propria sovranità politica, depauperato da un predominio straniero, quella spagnolo, politicamente soffocante e fiscalmente predatorio. Appare ancora valido per l’Italia di quegli anni l’appassionato – e malinconico – giudizio del De Sanctis: “Il Concilio di Trento portava conseguenze non solo religiose ma politiche. Da esse usciva la consacrazione della monarchia assoluta sulle rovine dei privilegi feudali e delle franchigie comunali. Papa e Re si diedero la mano. Il Re prestava al Papa il braccio secolare, e il Papa lo consacrava, lo legittimava, gli dava i suoi Inquisitori e i suoi Confessori. La monarchia fu ordinata a modo della gerarchia ecclesiastica e fondata sullo stesso principio dell’autorità e dell’ubbidienza passiva. Trono e Altare furono del pari inviolabili e indiscutibili”.
La Chiesa, fermamente intenzionata a uscire vittoriosa dal confronto con il Protestantesimo, non incontrò eccessive difficoltà nel divenire il cuore dell’ intera vita intellettuale e artistica e un tale potere determinò trasformazioni profonde nella strutturazione della cultura, nell’arte, nella loro fruizione e nel ruolo svolto da letterati, scienziati, artisti, studiosi.
Se uno dei princìpi ispiratori della grande stagione umanistica era stato quello della realizzazione di uomini autonomi e consapevoli, per la Controriforma si trattava, invece, di orientare l’impegno culturale non in direzione di una verità da indagare e da scoprire in piena indipendenza, ma verso una scelta di fede già compiuta: quindi, per gli uomini della restaurazione cattolica la cultura non doveva essere ricerca e investigazione della realtà, ma adeguamento, conformità, convincimento rispetto a una verità già accettata, attorno alla quale far crescere il consenso di tutti gli altri secondo un itinerario e un programma organizzati e costruiti fin nei minimi particolari.
I principi italiani si adattarono in maniera rinunciataria ai nuovi padroni e i ceti intellettuali non si comportarono diversamente. Rassegnati e impotenti a difendersi dallo strapotere dell’Inquisizione, assistettero inerti al celere declino della loro condizione di antico prestigio. Rari gli esempi in controtendenza: Renata di Francia, moglie del duca Ercole II d’Este, a Ferrara pagò con un tristissimo tributo, fatto di silenzio e di solitudine, l’entusiasmo e la fedeltà ai principi del Cristianesimo riformato e neppure la condizione elevata le risparmiò umiliazioni e sofferenze. Anche il consorte le era diventato ostile e, come scrive un contemporaneo suo compatriota “essa non vede persona con la quale possa sfogarsi: le Alpi sono tra lei e i suoi amici; essa mescola il suo vino con le sue lacrima”; Ludovico Castelvetro (1505 – 1571), letterato modenese in relazione con i principali esponenti dell’Evangelismo italiano, invitato a presentarsi davanti al Sant’Uffizio, preferì l’esilio prima a Ginevra, poi a Lione, per morire in Val Chiavenna nel territorio dei Grigioni. Peggio andò agli intellettuali erasmiani Pietro Carnesecchi (1508 – 1567) e Aonio Paleario (1503 – 1570) che, condannati dall’Inquisizione, salirono sul patibolo a Roma, mentre a decine gli intellettuali sospettati di simpatie per la Riforma presero la strada dell’esilio e andarono ad alimentare l’ampia diaspora degli eretici italiani diffusa in tutti i Paesi europei.
Alla fine del secolo XVI, la cultura italiana, ammirata da secoli come una paradigma inimitabile, si ritrovò superata dal movimento di idee europeo intorno ai temi religiosi, scientifici, di applicazione delle scienze, letterari e artistici: “un corpo esangue e senza spirito”, così un osservatore straniero giudicò l’Italia.





