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Il delitto di Garlasco, la verità nel sangue e quella cornetta che riapre il giallo

Ariel Piccini Warschauer.

Diciassette anni dopo, il delitto di Garlasco smette di essere un fermo immagine sbiadito per trasformarsi in un ologramma di precisione millimetrica. Non sono più i ricordi o le testimonianze a parlare, ma le macchie di sangue: la Bloodstain Pattern Analysis (BPA) ha infatti consegnato alla Procura di Pavia una nuova verità scientifica che ruota attorno a un oggetto apparentemente banale, ma oggi decisivo. La cornetta del telefono.

Fino a ieri, quel telefono modello Sirio 187 Basic, appoggiato sul mobiletto vicino alla porta della cantina, era un dettaglio di contorno. Oggi, grazie alla perizia firmata dal colonnello dei Ris Andrea Berti, diventa la prova di un’aggressione molto più complessa e brutale di quanto ipotizzato finora. La posizione della cornetta e la morfologia delle tracce ematiche rinvenute su di essa raccontano una storia diversa: Chiara Poggi non è caduta sotto un unico, rapido assalto.

Secondo la nuova ricostruzione 3D — ottenuta incrociando i rilievi originali del 2007 con le moderne scansioni laser — la giovane laureata sarebbe stata colpita in più fasi. Una prima aggressione nell’ingresso, poi lo spostamento verso il salone. È qui che il dettaglio della cornetta diventa “cruciale”: quel telefono è stato parte attiva della dinamica, forse un tentativo disperato di chiedere aiuto o un punto d’appoggio durante la lotta, prima che l’assassino sferrasse i colpi finali e la trascinasse verso l’abisso della scala della cantina.

L’analisi della BPA non viaggia da sola. Si salda con le conclusioni dell’anatomopatologa Cristina Cattaneo, che sposta l’orario del decesso di circa trenta minuti. Un “ritardo” che, nel complesso puzzle di via Pascoli, cambia tutto. Se l’omicidio è avvenuto più tardi, gli alibi storici vacillano e la figura di Andrea Sempio, l’amico del fratello di Chiara oggi indagato, torna prepotentemente sotto la lente degli inquirenti.

C’è un elemento quasi distopico in questa nuova fase dell’indagine: l’uso di droni e modelli ibridi per ricostruire una scena del crimine che, fisicamente, non esiste più come allora. La scienza sta cercando di correggere gli errori di una stagione investigativa che molti definirono lacunosa.

Mentre Alberto Stasi sconta la sua pena definitiva nel carcere di Bollate, la Procura di Pavia tenta l’ultima scalata verso una verità che sia, stavolta, priva di ombre. E la risposta potrebbe essere rimasta lì per quasi vent’anni, impressa in quelle microscopiche gocce di sangue su una cornetta telefonica mai sollevata per chiedere aiuto.

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