I risultati positivi prodotti dal Pnrr potrebbero essere migliori
Giampaolo Galli su InPiù commenta i riflessi del Pnrr sull’economia. Può sembrare strano, ma fra il 2021 e il 2025 il Pil pro capite dell’Italia è cresciuto di più di quello di quasi tutti i Paesi avanzati. Un motivo di questo straodinario posizionamento è aritimetico: l’Italia è uno dei tre paesi avanzati, con la Grecia e il Giappone, in cui la popolazione, inclusiva degli immigrati residenti, si sta riducendo. Però anche considerando il Pil senza dividere per la popolazione, l’Italia si colloca ad un onorevole settimo posto, dopo Spagna, Grecia, Portogallo, Stati Uniti, Canada e Regno Unito. La ragione è che il rimbalzo del Pil dopo i lockdown del 2020 è stato inizialmente amplificato da aumenti della spesa pubblica e del deficit molto più rilevanti che negli altri Paesi. Il superbonus 110% vi ha contribuito, assieme a genersosi risarcimenti per il Covid prima e poi per la crisi energetica. Nel 2020 la spesa pubblica è aumentata di 8,4 punti di Pil, dal 48,4% nel 2019 al 56,8 ed è rimasta sopra il 50% del Pil fino a tutto il 2025. Nella media dell’UE, l’incremento nel 2020 è stato molto minore: 6,3 punti di Pil, dal 46,5% al 52,8%. E la discesa post Covid è stata molto più rapida: già nel 2022 la spesa era scesa sotto il 50%.
Anche l’aumento del debito/Pil è stato fra i maggiori in Europa: +20,5 punti di Pil nel 2020, a fronte di un +12 dell’UE. Per questi motivi in Italia il rimbalzo post Covid è stato più robusto che in quasi tutti gli altri Paesi. Ma come sempre accade, il boom da maggiore ‘deficit spending’ è stato temporaneo. Infatti, la crescita si è contratta anno dopo anno fino ai valori da zero virgola cui siamo abituati da tre decenni: 0,9% nel 2023, 0,8% nel 2024, 0,5% nel 2025 e ora si spera in un 0,6% nel 2026. C’è da chiedersi che fine abbia fatto il PNRR, che avrebbe dovuto dare un decisivo impulso alla crescita dell’economia italiana, consentendole di recuperare il terreno perso – davvero tanto – rispetto al resto d’Europa. Le ricerche dell’Osservatorio sui Conti Pubblici dell’Università Cattolica, così come quelle di Assonime e Corte dei Conti, convergono nel valutare che qualche risultato è stato conseguito (ad esempio nella digitalizzazione della Pa), ma il bersaglio grosso, quello di spingere in alto il potenziale di crescita dell’Italia, è stato sostanzialmente mancato.





