Enzo Cei, le immagini e la scrittura
Luciano Luciani.
Nato intorno alla metà del secolo scorso, pisano di campagna, fotografo di notorietà internazionale, Enzo Cei è un amico recente che non rifugge dalla scrittura. Una prosa, la sua, alta, tagliente e durissima dai contenuti spesso autobiografici che non si sostituisce alle immagini, ma le approfondisce e le completa.
Le domande che seguono muovono dalle curiosità suscitatemi da una serie di incontri nel corso dei quali Enzo mi ha illustrato la sua poetica; dalla visione di alcuni suoi lavori fotografici; dalla lettura di certe sue pagine recenti e meno recenti…
Fotografia e scrittura: quale modalità espressiva tendi oggi aprivilegiare?
Non avendo committenze e trattando temi impegnativi, do alle mie ricerche il tempo che chiedono. Quindi, condividendo le storie, mi capita di dover dire ciò che una fotografia, pur richiamando partecipazione, non può dire, e che invece potrebbe. E allora scrivo come si deve. Ma il vero motivo sta in un obbligo morale: raccontare la mia famiglia contadina che ha dedicato l’esistenza a coltivare la terra di un padrone e ad accudire mio fratello Lino, gravemente menomato nel corpo e nella mente. Dunque, per ora, niente scatti. Ritengo che La fotocamera, se non fosse contenta di essere quello che è, sarebbe molto più penna che pennello.
La tua ricerca fotografica non solo torna di frequente su un tema: immagini degli ultimi tra gli ultimi, i reietti, i nascosti per vergogna o turbamento… La tua sensibilità umana e artistica denuncia ed empatizzanon tanto con la precarietà sociale, quanto, invece, con una condizione esistenziale estrema e incerta, radicale ed emarginata… Da dove nasce uno sguardo così?
Vivo fuori dal mercato e vedo che molta immagine si rivolge a personaggi e miti di riferimento, quotidianamente somministratici dai media.
Dunque, il “bello”, pare risiedere nella rassicurante conferma di ogni convenzione, nell’involontaria spinta a identificarsi con il celebre; concorrendo così ad accrescerne la celebrazione. Ma dov’è allora lo scarto…, la fantasia…, insomma, l’autonomia dell’atto creativo? Secondo me, una buona fotografia dovrebbe far pensare, e risvegliare, testimoniando, non in senso consolatorio, la giornata dell’uomo, cioè una parte di noi che ne richiami la sensibilità.
Fissando l’istante, provo a catturare la vita senza preavviso, quella che nasce a volte da una ferita, ma anche da un’attenzione ostinata verso ciò che la società tende a scartare, a non vedere. Da bambino guardavo già i margini: vite silenziose, l’emarginazione, il dolore, e quindi il riscatto dalla precarietà; penso che, proprio lì, spesso, abita la capacità, tutta umana, di resistere. Fotografare umanisticamente significa riconoscere che, anche nei luoghi più feriti, esiste la luce morale dell’uomo. Una forza fragile e tenace che continua a rialzarsi, a custodire memoria, a cercare senso.
È lì che la fotografia può “prendere le parti”, dar verbo a chi non vien dato.
Riguardo a me, in breve, nasco nell’impossibilità di voltarmi dall’altra parte.
Hai esposto le tue foto in occasione di numerose mostre in Europa, America e Asia; da almeno quindici anni pratichi anche la scrittura con un marcato segno autobiografico: penso al tuo libro Ai piedi dei miei anni, Pacini, Pisa 2013; nel tuo curriculum vitae c’è anche un documentario, Nato prematuro sui bambini venuti al mondo prima del termine…Dicciqualcosa su questa esperienza.
Nato prematuro è un docufilm nato così: Lavoravo sul progetto Infermieri e, in quei tre anni e mezzo, tra i tanti reparti medici (33 in tutto), affrontai la TIN, Terapia Intensiva Neonatale. Lì scoprii una dimensione medico-tecnologica, ma soprattutto umana, straordinaria, inimmaginabile. Così, dopo alcune settimane, conclusi che la fotografia sarebbe stata inadeguata per tanta responsabilità. Cosa riprendere dell’attaccamento alla vita che c’è in una creatura, a volte sotto il chilo? Quelle manine che ti si attaccano alla falange del mignolo? Scoprire, col nodo in gola, quanta fragilità, quanta potenza, quanto miracolo e mistero ci sia in quell’esistenza? Ascoltare il respiro impercettibile di un esserino che pesa quanto un pane e che sta nel palmo d’una mano? Beh, caro Luciano, non c’entra la fede, ma è lì che senti l’Iddio degli uomini, di tutti gli uomini. Quella potenza pura dell’amore che abita il petto dei viventi. Ogni gemma, ogni lacrima, ogni palpebra, ogni uomo dovrebbe provare a sostenere tanto soffio vitale.
Il resto è meramente tecnica. Fu l’amico regista Paolo Benvenuti che mi suggerì il documentario. Ottenuto un finanziamento dal Ministero della Cultura, con Giovanna, la “mia macchinista”, in circa sei mesi, certo a fasi alterne, girammo, soprattutto la notte, oltre tre ore di materiale. Si faceva come fa un fotografo, certo con l’apporto fondamentale del sonoro: si stazionava in una sala con tante incubatrici, individuando quando, ma soprattutto come, riprendere, con una buona inquadratura fotografica, una sintesi-anello della catena della vita che lì, quei piccoli gladiatori, combattevano giorno e notte. Ma senza poi il montaggio di Paolo e di Andrea Chiantelli, il film non sarebbe esistito.
Ti dico questo: Paola, un‘infermiera, mi disse: Enzo, loro, ci insegnano a stare al mondo. La sera della prima, al Parco della Musica di Roma, infatti Nato prematuro fu selezionato in concorso alla Festa del Cinema, invitai le infermiere che, “tirate” come le fucilate, sfilarono anche loro sul tappeto rosso; e lì, assediati da applausi, telecamere, interviste volanti, 50 fotografi come per i divi… Una follia! E Marco Muller, direttore artistico, a omaggiare quelle ragazze come delle Madonne. Ma che bello! Poi alla fine dei 20 minuti di proiezione, non ti sto a di’ le manifestazioni di affetto di pubblico, giornalisti, critici… Insomma una ubriacatura! Questa, la potenza, ma anche l’illusione, del cinema, perché, se avessi avuto, come mi confesserà un giurato, una casa di produzione che conta, Nato prematuro avrebbe preso il premio per i cortometraggi.
Cosa c’è nei tuoi programmi prossimi venturi?
Progetti? Sì, ne ho di ambiziosi. Te ne dico uno:
Per mesi ho composto prose e roba in versi della mia famiglia contadina che sai. Con una dozzina di fotografie adatte allo scopo, ne sta venendo fuori un’anteprima del mio fare, nel mio esistere. Si intitola: FRATELLO – Lino e la corte, dove ho concentrato scrittura e fotografia.
E grazie per l’attenzione.
Il lavoro di Enzo Cei è visibile sul sito: www.enzocei.com





