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La benefica acqua toscana

Luciano Luciani.

È in età rinascimentale che si riscopre l’interesse per i bagni e le cure delle acque, prassi diffusa e fiorente nel mondo antico e poi perduto nel gran naufragio della cultura classica.

Una nozione, quella di acque benefiche e curative, comunque mai scomparsa del tutto anche durante i secoli cosiddetti bui, ma ristretta ad ambiti solo locali, a una diffusione limitata e circoscritta. Nel sec. XV, all’interno di una più ampia e generalizzata attenzione per il corpo, tornarono ad acquistare non poca risonanza le cure termali, soprattutto per provvedere a tutelarsi dai guasti dell’artrite, della gotta e dei disturbi respiratori: in questo secolo si viaggia parecchio sperando di trovare nell’acqua di questa o quella fonte la salute perduta.

Le terme della Porretta

Anche le terme di Porretta, sull’Appennino Tosco-Emiliano tra Pistoia e Bologna, erano note e frequentate già in epoca romana per la loro azione benefica rispetto alle patologie respiratorie e artroreumatiche. Se i secoli dell’alto Medioevo vedono lo spopolamento del luogo e l’abbandono delle fonti termali, a partire dal XII secolo, legatasi Porretta a Bologna, le terme di Porretta sono riscoperte e frequentate da classi sociali agiate, provenienti tutto il centro-nord della dell’Italia. Si diceva che i medici bolognesi, il non plus ultra in materia di scienza medica, l’avessero esaminata e avessero scoperto in essa “grande frutto nell’orinare e nettare di pietra fianco e renella”.

Il medico pratese Lorenzo Sassoli consigliava contro la renella – la sabbiolina e i piccoli aggregati cristallini all’interno del rene e delle vie urinarie –  le cure dell’acqua della Porretta. Non si poteva, però, trasportarla, perché secondo non poche autorità mediche del tempo in quel caso l’acqua si sarebbe corrotta e avrebbe perduto tutte le sue virtù benefiche. La regola prescriveva che occorreva scendere alla fonte di buon mattino, magari all’alba, coperti di una sola veste o della sola camicia, bere l’acqua, tornare a letto ma non dormire e più tardi passeggiare. La cura doveva essere continuativa, ma non bisognava assumere acqua di altre fonti. Poi vivere serenamente, non mangiare carne arrosto, né legumi, né fritto, né avere relazioni con donne

Tra i visitatori illustri che “passarono le acque” Lorenzo il Magnifico, Niccolò Machiavelli, Andrea Mantegna e, qualche secolo dopo, Gioachino Rossini. 

Bagno Vignoni e Bagni San Filippo

Anche la Val d’Orcia, in provincia di Siena, nel cuore della Toscana, a nord est del monte Amiata. non è seconda a nessuno in materia di acque terapeutiche.

Per esempio, Bagno Vignoni, antico borgo medievale che oggi conta solo poche decine di abitanti. Al suo centro la Piazza delle Sorgenti con l’antica vasca di 49 metri di lunghezza per 29 di larghezza dove si raccoglie l’acqua che scaturisce da una profondità di 1000 metri a una temperatura di 52°c., ricca di solfato di magnesio e solfato di calcio. In essa si sono bagnati i Romei in viaggio lungo la vicina via Francigena verso il centro della cattolicità; qui si sono curati Lorenzo il Magnifico, Papa Pio II e santa Caterina da Siena. 

Proprio alla Val d’Orcia e ai benefici Bagni Vignoni si rivolge anche l’imperatore Arrigo VII di Lussemburgo nella vana speranza di guarire dai mali che lo affliggevano, la malaria e l’antrace, un’infezione che procura dolorose piaghe nelle carni e che allora veniva curata con impacchi di arsenico. E nulla potranno le pur salutari acque toscane contro il progressivo avvelenamento del potente veleno. 

Piccolo borgo, non lontano dalle pendici del Monte Amiata, Bagni San Filippo era conosciuto da millenni per le sue acque sulfuree frequentate sin dal tempo degli Etruschi e successivamente dai Romani. Il nome del borgo deriva dalla chiesetta del paese dedicata a San Filippo apostolo: si narra anche che il fiorentino San Filippo Benizi dell’Ordine dei Servi di Maria si fermò qui sul monte Amiataper fuggire l’eventualità della sua elezione a papa in un momento di crisi della Chiesa dopo la morte del pontefice Clemente IV (1268). Il cardinale Ubaldini, infatti, per superare le difficoltà del conclave di Viterbo (12681271), che riunitosi dopo la morte di  Clemente IV non riusciva a trovare l’accordo su nessun nome di pontefice, propose l’elezione al papato di Filippo, priore generale dei Servi di Maria che per rifiutare questa onerosa responsabilità, lasciò Viterbo e si nascose sul Monte Amiata per circa tre mesi. Testi agiografici raccontano che Filippo, ritiratosi in una grotta, come Mosèpercosse con il suo bastone una roccia da dove sgorgò miracolosamente una fonte di acque curative che poi si trasformò nei Bagni di San Filippo: era questa la traccia che il santo lasciava della sua gratitudine nei confronti della gente della Val d’Orcia che lo aveva bene accolto, ospitato e sostenuto durante quel suo eremitaggio che sapeva tanto di fuga.

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