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Iran-Usa, Trump gela le speranze di tregua e minaccia: “Non rideranno più”

Ariel Piccini Warschauer.

La fragile architettura di pace costruita su dieci settimane di conflitto e un mese di tregua armata vacilla pericolosamente sotto i colpi dei social media. Donald Trump, con la consueta irruenza digitale, ha rigettato in blocco la risposta di Teheran alla proposta americana per porre fine alle ostilità nello Stretto di Hormuz. «Totalmente inaccettabile», ha tuonato il presidente su Truth Social, congelando di fatto i timidi segnali di apertura diplomatica che erano filtrati nelle ultime ore.

L’ira di Trump: «47 anni di prese in giro»

Il tycoon non ha usato mezzi termini, accusando la Repubblica Islamica di aver manipolato gli Stati Uniti e la comunità internazionale dal 1979 a oggi. «L’Iran ci ha preso in giro per 47 anni (ritardare, ritardare, ritardare!), e poi finalmente ha fatto centro quando Barack Hussein Obama è diventato Presidente», ha scritto Trump, rinfacciando al suo predecessore i fondi sbloccati nel 2016.

Ma è sulla repressione interna che il tono si fa più duro: il Presidente ha citato esplicitamente lo sterminio di «42 mila manifestanti innocenti e disarmati» durante le recenti proteste, un numero che, sebbene non confermato da fonti indipendenti, funge da pilastro per la sua dottrina della “massima pressione”. «Ora smetteranno di ridere», ha concluso, lasciando intendere che il tempo della diplomazia potrebbe essere agli sgoccioli proprio mentre si prepara al cruciale viaggio in Cina del 13 maggio.

Il nodo nucleare e lo Stretto di Hormuz

Secondo indiscrezioni del Wall Street Journal, la controproposta iraniana conteneva concessioni che Teheran definisce «significative» ma che Washington giudica insufficienti. Gli iraniani si sarebbero detti pronti a diluire parte dell’uranio arricchito e a trasferire il resto in un Paese terzo (non gli Usa), chiedendo però garanzie di restituzione in caso di fallimento dei patti.

Due i punti di rottura principali: Teheran accetta di sospendere l’arricchimento, ma per un periodo decisamente inferiore ai vent’anni pretesi dalla Casa Bianca. L’Iran chiede il riconoscimento della piena sovranità sullo Stretto di Hormuz e il pagamento dei danni di guerra, condizioni che l’amministrazione Trump considera una resa inammissibile.

Petrolio e venti di guerra

I mercati hanno reagito con un sussulto di paura. Il Brent è balzato sopra i 105 dollari al barile, mentre il WTI sfiora quota 100. A pesare non è solo il fallimento negoziale, ma anche i segnali di ripresa delle ostilità sul campo: attacchi di droni nel Golfo hanno interessato una nave cargo al largo del Qatar, mentre Emirati Arabi e Kuwait riferiscono di aver intercettato velivoli ostili.

Da Gerusalemme, Benjamin Netanyahu ha rincarato la dose, avvertendo che «la guerra non è finita» finché l’uranio arricchito non sarà rimosso e i siti nucleari smantellati. La replica di Teheran, affidata alla tv di Stato PressTV, è netta: accettare le condizioni di Trump significherebbe «la resa incondizionata». Con lo stallo diplomatico, il mondo torna a guardare con apprensione alle acque dello Stretto, dove il confine tra tregua e conflitto totale appare oggi più sottile che mai.

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