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Netanyahu: “Khamenei è vivo ma l’Iran è all’angolo. Ora riprendiamoci l’uranio”

Ariel Piccini Warschauer.

Benjamin Netanyahu non usa mezzi termini: la guerra contro la Repubblica Islamica non è finita, e la “testa del serpente” non è ancora stata del tutto neutralizzata. In un’intervista rilasciata al celebre programma 60 Minutes della CBS, il Primo Ministro israeliano ha squarciato il velo di mistero che avvolge Teheran dopo il terremoto politico e militare di marzo.

Il giallo del successore

Al centro della scena c’è Mojtaba Khamenei, figlio del defunto Ali Khamenei (ucciso all’inizio di marzo in un’operazione congiunta israelo-americana) e designato suo successore. Di lui non si avevano notizie certe da settimane, alimentando voci di un possibile vuoto di potere. Netanyahu, però, gela i complottisti: «Credo che sia vivo». Ma la precisazione che segue è un affondo alla stabilità del regime: «Quali siano le sue condizioni è difficile dirlo. Si è rifugiato in qualche bunker o in un luogo segreto».

Secondo il Premier, il giovane Khamenei starebbe «cercando di esercitare la sua autorità», ma con risultati ben diversi dal padre. L’ombra del vecchio Ayatollah è troppo lunga e la morsa internazionale troppo stretta: l’autorità di Mojtaba sarebbe oggi «ridotta», una leadership dimezzata che arranca tra le macerie di una struttura di potere scossa fin dalle fondamenta.

L’obiettivo finale: l’uranio

Se la guerra non è finita, è perché il pericolo atomico resta la priorità assoluta di Gerusalemme. Netanyahu è stato esplicito: «L’uranio arricchito in possesso dell’Iran può essere portato via». Un’affermazione che sa di ultimatum o, quantomeno, di una missione operativa già sul tavolo. «Bisogna entrare e portarlo via», ha incalzato, svelando un retroscena su Donald Trump: il Presidente americano gli avrebbe manifestato la chiara volontà di «intervenire» fisicamente per smantellare i siti di arricchimento rimasti.

Punti chiave dell’intervista:

Netanyahu definisce «falsa» la ricostruzione del New York Times secondo cui avrebbe dato per certo il crollo di Teheran lo scorso febbraio, ma non esclude l’ipotesi: «È possibile? Sì. È garantito? No».

Il Premier ammette con onestà intellettuale che né Israele né gli USA avevano previsto l’efficacia con cui l’Iran avrebbe usato il blocco dello Stretto prima del conflitto. «Nessuno ha una previsione perfetta». Israele guarda al futuro. L’obiettivo dichiarato è l’indipendenza totale dagli aiuti militari statunitensi entro un decennio:

«Un eventuale crollo del regime segnerebbe la fine della rete di alleati dell’Iran: Hezbollah, Hamas e gli Houthi sparirebbero con esso».

La sfida strategica

Netanyahu resta cauto ma determinato. La partita a scacchi con l’Iran si è spostata dai confini del Libano e di Gaza direttamente al cuore del programma nucleare. Se l’autorità di Khamenei è ridotta, quella di Israele sul campo sembra non aver mai avuto una tale libertà di manovra. La parola d’ordine ora è “smantellare”. Resta da vedere se il “bunker” di Mojtaba sarà sufficiente a proteggere ciò che resta della rivoluzione khomeinista.

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