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Il decreto lavoro è utile ma non basta per contrastare la stagnazione salariale

Claudio Di Donato su InPiù commenta il decreto primo maggio contiene che alcune rilevanti novità ma nel complesso non offre risposte al grande dramma dell’economia italiana: la sostanziale stagnazione dei salari reali negli ultimi 30 anni. Le notizie positive sono due. Per la prima volta nell’ordinamento viene introdotto il riferimento al “salario giusto”. Un passo importante ma che rischia di essere poco efficace senza una legge sulla rappresentanza. Applicare i minimi salariali sulla base dei contratti “comparativamente più rappresentativi” non è sufficiente così come sarebbe necessario allargare il perimetro dei settori, in particolare nel comparto dei servizi. Ambiti contrattuali troppo piccoli sono la causa della proliferazione dei contratti più che il fenomeno dei contratti pirati che coprono circa 300mila lavoratori su quasi 19 milioni.

L’altra notizia positiva è l’introduzione dell’automatismo per il recupero del 30% dell’inflazione se i contratti non vengono rinnovati da almeno 12 mesi. Uno strumento già sperimentato ma che funziona decentemente nelle fasi di bassa inflazione. Manca invece un intervento sul fiscal drag che è una delle principali cause della stagnazione salariale. Sul fronte delle risorse il decreto rimodula e proroga quelle già esistenti mentre taglia il fondo nuove competenze, sacrificando la necessaria e fondamentale formazione alle ristrettezze di bilancio. Sindacati e associazioni datoriali hanno accolto il provvedimento con giudizi sostanzialmente positivi e i motivi sono comprensibili: sono loro i protagonisti (anche lo Stato quando indossa gli abiti del datore di lavoro) di un sistema contrattuale che funziona complessivamente maluccio, specialmente nei periodi di alta inflazione. Insomma, il decreto primo maggio ha intenti lodevoli, ma rimane un pannicello caldo.  

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