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La doppia morsa di Teheran, il ricatto di Hormuz e la guerra dei palazzi

Ariel Piccini Warschauer.

Nel Golfo Persico la diplomazia ha i tempi lunghi dei tappeti annodati a mano, ma la crisi corre sulle onde corte dei missili e delle scaramucce navali. Mentre da Washington Donald Trump lancia l’ennesimo segnale di apertura — «Nuovi colloqui possibili già venerdì», ha fatto sapere la Casa Bianca — il regime di Teheran risponde con il linguaggio della forza e del sequestro. Due portacontainer della Msc sono finite nelle reti dei Pasdaran, un atto che trasforma lo Stretto di Hormuz non più solo in un collo di bottiglia energetico, ma in un terreno di scontro diretto tra la flotta mercantile globale e l’aggressività di un regime percorso da pericolose lotte intestine.

Secondo un’analisi del settimanale britannico The Economist, i negoziati sono ostaggio di una profonda e pericolosa faglia sismica interna al potere iraniano. Da una parte i “pragmatici”, che vedono nell’accordo l’unica via d’uscita per ossigenare un’economia asfissiata dalle sanzioni; dall’altra i “radicali”, i falchi legati a doppio filo ai Guardiani della Rivoluzione, che considerano ogni concessione agli americani un tradimento della causa. Questa catena di comando frammentata genera messaggi contraddittori: mentre la diplomazia cerca uno spiraglio a Islamabad, le motovedette dei Pasdaran aprono il fuoco e sequestrano navi.

La posizione di Teheran resta però ferma su un punto: «Non possiamo aprire lo Stretto se il blocco navale americano rimane». Un muro contro muro che rischia di paralizzare il commercio mondiale. In questo scenario di alta tensione, l’Italia gioca le sue carte di mediazione tecnica e militare. La nostra Marina sta pianificando l’invio di quattro navi verso Hormuz. Non è solo una missione di scorta, ma una dimostrazione di capacità specialistica.

L’ammiraglio Berutti Bergotti è stato chiaro: «Nel campo dello sminamento siamo il Paese di riferimento». 

Resta da capire se il “venerdì di Trump” sarà l’ennesima mossa di teatro o l’inizio di una de-escalation reale. Il Presidente americano alterna la carota dei negoziati al bastone del blocco navale, convinto che il crollo finanziario dell’Iran costringerà gli ayatollah alla resa. Ma tra i vicoli di Teheran, chi ha il dito sul grilletto non sembra ancora pronto a deporre le armi. La partita per la pace passa per Hormuz, ma si vince — o si perde — tra le correnti sotterranee dei palazzi del potere iraniano.

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