Donald avverte l’Iran: “Niente scherzi sul nucleare o vi distruggeremo”
Ariel Piccini Warschauer.
Il linguaggio è quello del “The Donald” della prima ora, ma con il peso di chi oggi muove le pedine sullo scacchiere mediorientale con una mano sulla fondina. Donald Trump non usa giri di parole e affida a Truth Social l’ultimo ultimatum ai pasdaran: il dispositivo militare statunitense rimarrà schierato, pronto a colpire, finché Teheran non avrà rispettato alla lettera ogni singola virgola dell’accordo di cessate il fuoco.
«Tutte le navi, gli aerei e il personale militare degli Stati Uniti, insieme a munizioni e armamenti supplementari, rimarranno in posizione in Iran e dintorni», ha messo nero su bianco il Comandante in Capo. Non è solo una questione di deterrenza, ma di prontezza operativa per quella che definisce una «prosecuzione letale e di distruzione» di un nemico descritto come già sostanzialmente degradato.
Il messaggio è chiaro: la tregua non è un “liberi tutti”. Trump è stato esplicito sulle conseguenze di un eventuale sgarro iraniano. Se l’accordo non venisse rispettato — ipotesi che lui stesso definisce improbabile, ma non impossibile — allora «inizieremo a sparare». E lo faremo, aggiunge con la consueta retorica muscolare, in modo «più grande, migliore e forte di quanto chiunque abbia mai visto prima».
Il cuore della contesa resta il programma atomico degli Ayatollah. Trump rivendica un punto fermo: niente armi nucleari e garanzia totale che lo Stretto di Hormuzrimanga aperto e sicuro per il traffico globale. Eppure, tra le righe del post spunta l’ombra di un malinteso — o di una sfida — diplomatica. Mentre la Casa Bianca dà per assodato lo stop all’arricchimento dell’uranio, da Teheran il portavoce del Parlamento, Mohammed Bagher Ghalibaf, frena bruscamente, sostenendo che l’intesa permetta ancora il proseguimento dell’attività nucleare.
Il clima si è ulteriormente surriscaldato mercoledì, quando l’Iran ha definito «irragionevole» procedere verso una pace permanente proprio mentre Israele martellava Hezbollah in Libano con un’intensità senza precedenti. Le centinaia di vittime registrate sotto i colpi di Gerusalemme hanno irrigidito il regime, che si trova stretto tra la necessità di evitare la distruzione totale e l’obbligo di non abbandonare i propri “prossimi” regionali.
Trump, dal canto suo, non sembra intenzionato a concedere sconti legati alle dinamiche libanesi. Per lui, la partita con l’Iran è una questione di “America First” e di forza bruta. La chiusura del suo messaggio è un grido di battaglia che non lascia spazio a interpretazioni: «Il nostro grande esercito si sta caricando e riposando, non vede l’ora, in realtà, della sua prossima conquista. La sensazione, sul terreno, è che la miccia rimanga cortissima. Se la diplomazia dovesse fallire nel colmare il divario sull’arricchimento dell’uranio, il rombo dei motori dei jet americani nel Golfo Persico passerà rapidamente dal riposo all’azione.





