Elly Schlein, dalle sneakers alle giacche scure per battere il mix populista trasformista di Conte
Che cosa ci racconta, tradotto in politica, il sondaggio dell’infallibile Alessandra Ghisleri su La Stampa? Si chiede in un articolo del quotidiano torinese l’acuto osservatore delle vicende politiche. Riassunto: in un eventuale ballottaggio alle primarie, vince Elly Schlein; con più candidati, invece, il più forte è Giuseppe Conte.
Ci dice, sostanzialmente, tre cose. La prima: che davvero meriterebbe un trattato Giuseppe Conte, leader felino come furbizia e numero di vite politiche. Al momento giusto è sempre lì, con un nuovo abito ma senza mai sgualcire la pochette per palazzo Chigi. Le primarie neanche le voleva fino allo spoglio referendario, poi è stato il primo a chiederle. La seconda: Elly Schlein, per batterlo, ha bisogno che si mobiliti, a pieni giri, la macchina del suo partito. La terza: un’eventuale candidatura con un appeal dalle parti dei moderati – come noto, la ricerca è in atto – pur necessaria nella competizione con la destra, favorirebbe la leadership più radicale nella competizione intra-moenia. Mica un dettaglio.
La questione non riguarda tanto le regole (ballottaggio sì o no), ma è squisitamente politica. Ed è la conseguenza di come è stato impostato (o non impostato) il tema della costruzione dell’alternativa in questi anni. Innanzitutto, in termini di ambizione e numeri. C’è chi lo teorizzò, come Dario Franceschini, ravvisando un deficit di registi e una sovrabbondanza di frontmen o frontwomen: marciare divisi, per colpire uniti, e poi si vede. La marcia è rimasta divisa: un conto sono le regioni, altro è la politica estera, il dossier su cui si gioca il destino del mondo. Ora, però, a fronte della spinta popolare nelle urne referendarie, sembra stonato dire, «da un lato c’è Giorgia Meloni, dall’alto boh», ed ecco che il motore della costruzione diventa il duello, prima ancora del progetto.
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Va dato atto alla Schlein di avere meno bollori. Consapevole di quanto possa essere devastante giocarsi ai gazebo Kiev e dintorni e conscia anche di quanto la discussione sembri esoterica tra benzina alle stelle e shock petrolifero incombente, ha dato (per ora) una sacrosanta frenata: prima il programma. E tuttavia, se vuole tenere agganciato il leader dei Cinque stelle, prima o poi alla conta ci si andrà: chiunque vinca, l’altro resta dentro. E poi, anche per lei, la prospettiva di un’incoronazione a furor di popolo è l’esito naturale, quasi inerziale, del lavoro di questi anni, tutto tarato sulla prospettiva di palazzo Chigi: l’unità testarda come fine in sé, per far pesare, al dunque, la sua forza di leader di primo partito della coalizione.
È uno schema coerente, ove però, l’altro dato – oltre alla legittima ambizione – è la rinuncia a una doppia discontinuità, nel rapporto coi Cinque stelle e nel partito, due facce della stessa medaglia. La forza di Giuseppe Conte nel vasto popolo della sinistra è tutta qui, sin dai tempi del governo giallorosso, tramandato con una certa indulgenza. In un approccio poco esigente da parte dell’alleato, per cui il rapporto privilegiato non è mai stato sottoposto a un chiarimento politico di fondo, essendo più importante lo stare insieme del “che fare”. E le danze, in fondo, le ha menate lui, a seconda dell’opportunità, tra radicalità gridata e compromesso praticato, sempre con presidenzial postura, come nella copertina del suo ultimo libro, camicia bianca e cravatta, evocazione e desiderio.
Attenzione: il suo mix populista e trasformista, un po’ di destra sulla sicurezza, un po’ assistenzialista al Sud, un po’ pacifista, contro Trump ma a pranzo col suo controverso inviato Paolo Zampolli, ha una sua forza trasversale “fuori”, ma anche estimatori dentro quel Pd piuttosto avvezzo al trasformismo praticato e al registro della convenienza.
Questo sarà un tema cruciale. Per batterlo Elly Schlein ha bisogno del suo partito: struttura, organizzazione, correnti e cacicchi. Già questo fine settimana, per dirne una, il correntone di Montepulciano si riunirà a Napoli per parlare “questione meridionale”. Avendo anche lì rinunciato a una discontinuità di uomini e pratiche, la segretaria dovrà scendere a patti, come accadde in occasione delle liste per le europee o alle regionali nel Sud. Già allora ha già dimostrato di saper praticare, sugli assetti, la politica cruda e poco sentimentale. E poi, da un po’, si è tolta le sneakers e sfoggia giacche scure molto istituzionali. Anche senza pochette, è il dress code di una determinazione.





