Il Monte, tra Antonveneta e le responsabilità alte, tra Lovaglio e Palermo
Stefano Bisi.
Per il Monte dei Paschi sembra non esserci mai pace. Giusto il tempo di gioire per l’acquisto di Mediobanca che sono iniziati i litigi per il nuovo consiglio di amministrazione che gli azionisti eleggeranno il 15 aprile. La segretaria comunale del Pd Rossana Salluce nei giorni scorsi ha detto che la fase della penitenza per il Pd, a cui sono state attribuite tutte le colpe per i problemi passati di Rocca Salimbeni, è finita. Ci vuole del tempo per elaborare il lutto per la “perdita” di “Babbo Monte” per come lo abbiamo conosciuto per secoli e sono prevalsi i sentimenti tipici di questa fase quali tristezza, rabbia, colpa, senso di vuoto. A sinistra c’è stata timidezza nell’esprimere a voce alta le opinioni e le proposte per il futuro della città perché da destra si sentono replicare in maniera dura: “Avete distrutto la banca e avete sprecato i soldi che potevano servire per grandi opere”. E la controreplica è timida, la sinistra si chiude a riccio, impaurita, e si concentra sulle beghe interne. Eppure alla veglia funebre dovrebbe esserci molta affluenza, anche dal centrodestra per intenderci.
Negli ultimi giorni ho riletto un articolo di un anno e mezzo fa che prendeva spunto da un’analisi spietata dell’ex assessore comunale e storico Alessandro Orlandini nel suo libro “I secoli di Siena” sull’acquisto di Antonveneta che da affare del secolo si è trasformato in un boomerang per il Monte dei Paschi. L’articolo è di Maurizio Cenni, che è stato sindaco dal 2001 al 2011 e prima capogruppo del Pd in consiglio comunale. Punta l’attenzione sul ruolo delle autorità di vigilanza e si chiede “se hanno svolto il loro compito con diligenza? Sia chi doveva vigilare sulla Banca Monte dei Paschi sia chi doveva vigilare sulla Fondazione? Dagli esiti processuali emerge che la Banca d’Italia non si è vista nascondere nessuna informazione, fra l’altro autorizza l’operazione dopo circa quattro mesi, quindi con tempo sufficiente per osservare. E comunque esiste ancora qualcuno che ritiene plausibile che Banca d’Italia, Ministero del Tesoro eccetera eccetera non fossero al corrente dei dettagli dell’operazione e di cosa aveva in pancia Banca Antonveneta? Nella filiera dei (mancati) controlli sono tutti soggetti espressione o controllati dal Pd? Chi interloquiva con tali centri di potere è in grado, ha il coraggio e la libertà di raccontare cosa è successo? Cosa si dicevano negli incontri romani, quali erano i patti e gli accordi, insomma quale scenario si sarebbe aperto per la Banca e, soprattutto per la città? Già, cosa dicono i verbali delle sedute della Fondazione di quel periodo? Anche se credo che siano più importanti le cose non verbalizzate”.
E Cenni fa un invito: “Se non si aprono questi files, anche a costo di farsi del male siamo alle chiacchiere. Ma il tempo delle chiacchiere è stato fin troppo lungo”. L’intervento dell’ex sindaco si allarga: “Appurato che non ci sono responsabilità penali per quanto accaduto, e quindi non ci fu dolo, occorre parlare dunque di responsabilità politiche e gestionali, ma decontestualizzando dalla fase in cui fu acquistata Antonveneta si fa solo propaganda. Bisogna ricostruire il clima generale che vedeva tutti partiti politici, Banca d’Italia, Ministeri competenti, organi di stampa specializzati e non, tutti intenti a spingere Mps verso l’idea che la banca doveva accrescersi incorporando, o meglio, fondendosi, con altre banche allo scopo di raggiungere una dimensione competitiva addirittura con i player europei, cosa che non sarebbe stata possibile neanche con la fusione delle tre maggiori banche italiane”.
E poi: “In realtà lo scopo reale era di diluire la quota di proprietà della Fondazione togliendo potere alla collettività locale, rendendo scalabile la banca e ridimensionando drasticamente il peso e l’appeal della città, cosa perfettamente riuscita grazie anche all’opera dei salvatori della patria che sono succeduti al binomio Mussari – Vigni e che furono salutati e incensati dagli amministratori locali dal 2011 in poi, come e forse più di chi aveva gestito la banca precedentemente. E che questo fosse uno degli obiettivi lo si è visto da come sono stati affrontati i temi legati, ad esempio, allo sport cittadino, ma non solo quello, nelle eccellenze che la città aveva conquistato e che con altro atteggiamento, di graduale e non drastico ridimensionamento, avrebbero avuto un atterraggio morbido e decoroso. Atteggiamento punitivo e vendicativo verso tutta la città”.
E qui si apre un altro capitolo di un libro che viene da lontano perchè il Monte, nel panorama bancario, da molti è sempre stato considerato un’anomalia a cui, prima o poi e in un modo o nell’altro, si doveva cambiare pelle. Ora i grandi azionisti discutono se è meglio votare come amministratore delegato Luigi Lovaglio o Fabrizio Palermo, con Siena sullo sfondo che guarda e aspetta e non è più protagonista.





