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L’alchimia del terrore a Perugia, si riaccendono i riflettori sulle psicosette

Ariel Piccini Warschauer.

C’era il “Maestro” e c’era la “Maestra”. C’era lo “Sciamano” esperto di riti e il “Guaritore” che prometteva salute e salvezza. Ma dietro i paramenti di un’improbabile dottrina alchemica, secondo la Procura di Perugia, si celava una realtà molto più terrena e brutale: una macchina da soldi alimentata dal lavaggio del cervello, dalle estorsioni e, in alcuni casi, dall’orrore degli abusi sessuali.

L’indagine della Squadra Mobile di Perugia e del Servizio Centrale Operativo (SCO) ha portato al fermo di quattro persone – tre uomini e una donna – accusate di aver messo in piedi una vera e propria setta. Un’organizzazione capace di annichilire la volontà degli associati, portandoli a troncare ogni legame con il mondo esterno per servire i propri aguzzini.

La crepa nel muro di silenzio che circondava il gruppo si è aperta grazie alla denuncia di un padre. Suo figlio, un uomo con un lavoro e una vita normale, nella metà del 2023 incrocia la strada di un sedicente “maestro” di alchimia. È l’inizio di una discesa nel vuoto: il giovane abbandona l’impiego, si trasferisce in una struttura isolata prima nelle Marche e poi in Umbria, e sparisce dai radar degli affetti.

Non è solo un ritiro spirituale. Per restare nel gruppo, per essere “salvati”, bisogna pagare. E molto.

La gerarchia era ferrea, le tecniche di reclutamento sofisticate. Gli inquirenti descrivono un sistema basato sulla manipolazione psicologica: chi tentava di allontanarsi o metteva in dubbio i dogmi del Maestro veniva investito da minacce di ripercussioni spirituali, malattie improvvise e sventure irreparabili. Un “marketing della paura” che garantiva un afflusso costante di denaro.

Dalle analisi dei conti correnti è emerso un tesoretto di oltre 500.000 euro, accumulato attraverso versamenti mensili e “donazioni” degli adepti.

Il contrasto tra l’ascesi predicata ai seguaci e lo stile di vita dei leader è stridente. Mentre gli associati venivano spinti alla rinuncia, i quattro indagati usavano i fondi raccolti per finanziare una vita da nababbi: auto di lusso, gioielli preziosi e conti astronomici nei ristoranti. Una “dolce vita” costruita sulle macerie psicologiche ed economiche di persone fragili, ridotte in uno stato di soggezione totale.

Oltre ai reati finanziari, l’ombra più cupa sull’indagine è quella della violenza sessuale, che sarebbe stata consumata all’interno della struttura ai danni degli aderenti, a conferma di un controllo che non si fermava ai portafogli, ma pretendeva il possesso dei corpi e delle anime.

L’operazione di Perugia riaccende i riflettori sul fenomeno delle “psicosette”, organizzazioni che sfruttano il vuoto esistenziale e la crisi delle istituzioni tradizionali per isolare le persone. Le manette sono scattate, ma resta il compito più difficile: ricostruire le vite spezzate di chi, per mesi, ha creduto che la propria salvezza passasse per le mani di un guaritore in cerca di auto di lusso.

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