L’offensiva “Ruggito del Leone”: 16mila bombe sull’Iran che risponde
Ariel Piccini Warschauer.
La tregua di ventiquattr’ore è stata solo il preludio a una nuova, più violenta fiammata. Il conflitto che sta ridisegnando gli equilibri del Medio Oriente ha subito tra ieri e oggi un’accelerazione brutale, muovendosi su due binari paralleli: da un lato l’annuncio israeliano di un’offensiva aerea che ha quasi raggiunto il «Target Zero», dall’altro la rappresaglia asimmetrica di Teheran che ora minaccia di incendiare l’intero Golfo Persico.
Dopo un insolito silenzio radio, l’Iran ha risposto colpendo il cuore civile di Israele. Per la prima volta sono state impiegate munizioni a grappolo (cluster munitions) contro Tel Aviv e le città del centro. Si tratta di una mossa che alza drammaticamente il livello dello scontro: questi ordigni, che rilasciano centinaia di piccole bombe su aree estese, hanno causato feriti gravi e lasciato dietro di sé una scia di residuati inesplosi che tengono in scacco la popolazione.
Ma il braccio di ferro non si ferma ai confini israeliani. Missili e droni iraniani hanno colpito infrastrutture in Kuwait e Bahrain, gli Stati del Golfo che Teheran accusa di aver offerto sponda logistica ai raid occidentali. È l’allargamento del conflitto tanto temuto dalle cancellerie europee, una mossa che punta a colpire la stabilità energetica mondiale.
Mentre i cieli si infiammano, lo Stato Maggiore dell’IDF ha diffuso i dati dell’Operazione «Roaring Lion» (Ruggito del Leone). In trenta giorni di guerra, la macchina bellica israeliana ha operato con una frequenza che non ha eguali nella storia recente: 16.000 munizioni di precisione sganciate sugli obiettivi militari. 800 raid miraticontro le infrastrutture del regime degli ayatollah. L’80% dei lanciatori balisticiiraniani (circa 330 unità) è stato dichiarato distrutto.
L’Intelligence militare (Aman) e l’Aeronautica hanno fatto sapere che entro la mezzanotte di oggi sarà completata la lista dei bersagli strategici primari. Tra questi, il successo più significativo è rappresentato dalla distruzione dello stabilimento della Tofiq Daru Company. Dietro la facciata di un’azienda farmaceutica, i servizi di Gerusalemme hanno individuato il principale centro di ricerca e produzione di armi chimiche del regime, capace di sintetizzare composti letali come il fentanyl per scopi bellici.
In questo scenario di macerie, irrompe con forza la politica americana. Donald Trump, in piena campagna per il ritorno alla Casa Bianca, ha lanciato una sfida diretta: «Sotto la mia guida, questa guerra finirebbe in venti giorni. Siamo pronti a riportare l’Iran all’età della pietra se non accetteranno di smantellare il nucleare». Una retorica muscolare che riflette il clima di impazienza a Washington, dove il senatore Marco Rubio ha già definito l’attuale offensiva come l’ultima chiamata prima dell’atomica iraniana.
Mentre Cina e Pakistan cercano una via d’uscita diplomatica per riaprire lo Stretto di Hormuz, l’IDF si prepara alla fase successiva. Se l’obiettivo di distruggere il 100% dei siti strategici dall’aria verrà raggiunto entro stasera, la domanda che circola nelle stanze del potere a Gerusalemme è una sola: la “distruzione sistematica” sarà sufficiente a fermare Teheran o l’invasione di terra diventerà un’inevitabile necessità?





