Israele, la scommessa della ripresa con il pil che salirà fino al 3,8%
Ariel Piccini Warschauer.
L’economia israeliana prova a guardare oltre la guerra, disegnando la traiettoria di una ripresa che resta però strettamente legata all’andamento delle operazioni militari. Secondo le ultime proiezioni del Ministero delle Finanze di Gerusalemme, il Prodotto Interno Lordo (PIL) dello Stato ebraico è destinato a crescere in un range compreso tra il 3,3% e il 3,8% nel 2026.
L’incognita dei due fronti
Il dato, riportato inizialmente dal Jerusalem Post su base Reuters, riflette un ottimismo cauto. La forbice della previsione dipende interamente dalla variabile temporale: la durata dei combattimenti su fronti caldi come il Libano meridionale e le tensioni dirette con l’Iran.
Il 2025 si è chiuso con un’espansione del 2,9%, un numero che porta ancora i segni profondi del conflitto a Gaza iniziato nell’ottobre 2023. Prima dell’escalation e nonostante le tregue parziali, le stime per il 2026 erano ben più ambiziose, superando la soglia del 5%. L’attuale revisione al ribasso conferma che lo sforzo bellico e l’incertezza regionale continuano a fungere da freno per gli investimenti e il consumo interno.
Il “rimbalzo” nel 2027
Tuttavia, il Ministero guarda con fiducia al medio termine. Se il 2026 sarà l’anno della transizione, il 2027 potrebbe essere quello del vero e proprio “boom” economico, con una crescita prevista tra il 5,3% e il 6,1%.
“La resilienza tecnologica e la capacità di adattamento del mercato del lavoro restano i pilastri su cui poggia la nostra economia,” spiegano fonti governative.
Le sfide aperte
Nonostante le cifre positive, restano le nubi del deficit pubblico e del costo del debito, lievitati per finanziare la difesa. Inoltre, il settore tecnologico — cuore pulsante dell’export israeliano — attende segnali di stabilità per recuperare pienamente i flussi di capitale estero che avevano rallentato durante i mesi più acuti delle ostilità.
La scommessa di Israele è chiara: trasformare la stabilizzazione dei confini nel carburante per una nuova stagione di crescita, sperando che la geopolitica smetta finalmente di dettare l’agenda dei mercati.





