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Sport e fascismo, l’utilizzo di Mussolini e il pensiero di Togliatti

Luciano Luciani.

Tra la fine del XIX secolo e gli inizi del secolo scorso si affermano e si diffondono come sport di massa, ovvero praticati e seguiti da un pubblico via via sempre più largo, soprattutto il calcio e il ciclismo.

Proprio perché fenomeno massivo, capace di interessare e di coinvolgere milioni di cittadini appartenenti a tutte le condizioni sociali e le età, l’attività sportiva, che nasce inizialmente in seno alla classe borghese, interessò largamente anche le ideologie politiche e religiose: le organizzazioni cattoliche intesero lo sport come pratica capace di allontanare da comportamenti e stili di giudicati peccaminosi; i  socialisti, sia pure attraverso non poche resistenze, accettarono lo sport solo come capace di contrastare l’abbrutimento delle masse lavoratrici (si pensi solo all’alcolismo diffusissimo tra il proletariato). Il fascismo, poi, vide nello sport un formidabile veicolo per propagandare nel Paese e all’estero i successi e le conquiste del regime di Mussolini.

La dittatura, com’è noto, cercò di attirare dalla sua parte larghi settori della cultura e dell’intrattenimento popolare. Cinema, radio, musica, sport, in maniera spregiudicata e pervasiva furono strumentalizzati per ottenere il consenso delle masse. Mussolini utilizzò lo psicologo sociale Gustave Le Bon (1841 – 1931) per il quale le masse necessitano di una guida che fornisca loro sicurezza: esse possono essere manipolate e dove si dà un potere forte esiste di conseguenza la sottomissione delle folle. Per il regime lo sport non è solo uno strumento di rigenerazione della società di massa e serve a combattere i mali anche fisici del tempo: alcolismo, tubercolosi, malaria… L’atleta è soprattutto un soldato in battaglia che si sacrifica per l’onore della squadra, metafora della patria. Non è un caso che il più celebre dei commissari tecnici della nazionale di calcio italiana sia stato Vittorio Pozzo (1886 – 1968), ex ufficiale degli Alpini e combattente della Grande Guerra. Quindi,  si può ben capire quanto la politica fascista fosse attenta allo sport e in particolare al più popolare, il calcio. Possiamo parlare di una vera e propria strategia del fascismo riguardo al gioco del calcio anche in relazione ai luoghi in cui i riti calcistici venivano celebrati: gli stadi. Si pensi, per esempio, alla realizzazione dello Stadio Olimpico a Roma (1937), al Littoriale (oggi Renato Dall’Ara) di Bologna (1927), al Giovanni Berta (oggi Artemio Franchi), di Firenze (1931), al Porta Elisa di Lucca (1935). Il pubblico diventa parte integrante dello spettacolo sportivo, le gradinate ripide fanno sì che i tifosi non siano mai separati dall’azione dal punto di vista visivo e auditivo. Comincia allora la prassi di finanziare le tifoserie perché seguano le squadre in trasferta. Lo spettatore è sempre meno tale e sempre più protagonista. Il tifo diviene sempre più identitario di una comunità ed esasperato. 

Sorprende leggere nelle Lezioni sul fascismo di Palmiro Togliatti (1893 – 1964), autorevolissimo segretario del Partito comunista italiano e membro della III Internazionale, alcune considerazioni sul fatto sportivo. Siamo nel 1935 e l’uomo politico non può non ammettere che nei primi dieci anni del fascismo si era assistito a un largo sviluppo delle associazioni sportive. A suo giudizio il partito socialista, invece, non aveva fatto abbastanza per la diffusione dello sport all’interno delle proprie organizzazioni, a causa di forti pregiudizi che continuavano a sussistere nelle associazioni proletarie politiche e sindacali. In questo vuoto, secondo Togliatti, si erano inseriti prima gli industriali, che avevano agevolato la creazione di gruppi sportivi presso le fabbriche ed erano sorte molte società sportive di tipo aziendale “per distogliere gli operai dalla lotta di classe”. Su scala più ampia, poi aveva operato il fascismo che aveva sviluppato il dopolavoro (OND) e lo sport “soddisfacendo, in una certa misura, un bisogno delle masse lavoratrici italiane”. Per Togliatti era l’ora di smettere di pensare che gli operai non debbano fare sport.

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