Contrastare l’epatite A, parola d’ordine è prevenzione
Emanuele Montomoli*.
Se c’è una cosa che l’epatite A insegna bene, da manuale di igiene, è che i virus non “girano nell’aria” in modo magico: seguono le vie che lasciamo aperte. Mani non lavate bene, superfici contaminate, acqua non sicura, alimenti manipolati male o consumati crudi quando non dovrebbero. È una malattia infettiva classica, prevedibile nei meccanismi, e proprio per questo gestibile con prevenzione e interventi mirati.
Negli ultimi giorni, in Italia, si è parlato di nuovi casi in più aree del Paese. L’Istituto Superiore di Sanità, attraverso i dati di sorveglianza, segnala un aumento già nel 2025 e un ulteriore rialzo nei primi mesi del 2026, con un picco a marzo. In un aggiornamento diffuso in queste ore si parla di 160 casi con esordio dei sintomi a marzo 2026 e di un quadro alimentato soprattutto dai picchi in Lazio, Campania e Puglia. Una parte delle notizie recenti ruota attorno alla Campania, con segnalazioni di ricoveri e un’attenzione particolare al consumo di frutti di mare crudi o poco cotti come possibile fattore di esposizione. Nel Lazio, la cronaca ha riportato un aumento di casi dall’inizio dell’anno, con una quota significativa a Roma. La Regione ha parlato di situazione monitorata e circoscritta, mentre le ricostruzioni giornalistiche hanno evidenziato l’ipotesi di un collegamento con una filiera alimentare, proprio perché l’epatite A può viaggiare anche attraverso alimenti contaminati.
A Grosseto è stato segnalato un caso in una scuola: la ASL ha attivato i protocolli di sorveglianza e controllo e ha avviato le misure di prevenzione previste per i contatti. È esattamente ciò che ci si aspetta in sanità pubblica: intervento rapido, circoscritto e proporzionato. L’epatite A si trasmette per via oro-fecale, tradotto: il virus passa quando, per contaminazione, finisce in bocca attraverso mani, acqua, alimenti o contatti stretti. L’incubazione può essere lunga (in genere 15–50 giorni), quindi non è raro che la fonte non sia “ieri”, ma settimane prima. Questo spiega perché, quando ci sono casi in aumento, la domanda giusta non è “sta girando ovunque?”, ma “quali catene di trasmissione si stanno accendendo?”. In alcuni contesti è soprattutto una storia di contatti stretti e igiene; in altri è una storia di acqua e alimenti; a volte le due cose si sovrappongono. L’epatite A, nella grande maggioranza dei casi è un’infezione acuta che non cronicizza, ma può essere più impegnativa e rischiosa con l’aumentare dell’età e in presenza di fragilità.
Consigli pratici da “professore di igiene” (senza moralismi, solo tecnica)
Igiene delle mani fatta bene. Non è un mantra generico: per interrompere la via oro-fecale servono acqua e sapone, frizione accurata e tempi reali. I gel alcolici aiutano in molte situazioni, ma quando c’è sporco “organico” visibile o rischio alimentare, sapone e acqua restano centrali.
Cucina e sicurezza alimentare: il punto critico è la contaminazione crociata. Il rischio non è solo “l’alimento”, ma come lo tocchi: taglieri, coltelli, superfici e mani che passano dal crudo al pronto da mangiare. È qui che la prevenzione funziona davvero.
Frutti di mare e prodotti crudi: attenzione alla cottura. Se il virus entra in una filiera, i prodotti consumati crudi o poco cotti diventano un veicolo efficiente. Non è un invito a demonizzare il pesce: è un richiamo alla regola igienica più semplice, cioè che alcuni alimenti vanno consumati solo se trattati correttamente quando il contesto epidemiologico lo suggerisce.
Acqua e ghiaccio contano. Soprattutto in viaggi o contesti dove non si è certi della sicurezza idrica: acqua non sicura e ghiaccio possono essere veicoli come il cibo.
Vaccino e profilassi: strumenti “da sanità pubblica”, non da panico. L’ISS ricorda che l’epatite A è prevenibile e che il rischio di forme più gravi cresce con l’età. In caso di contatto stretto con un caso, la gestione da parte dei servizi (valutazione dei contatti, eventuale profilassi) è parte della risposta standard.
Per concludere, il punto, oggi, è ricordare una verità semplice: le malattie infettive non sono un ricordo del passato, e possono essere veicolate anche da ciò che mangiamo e beviamo. Proprio per questo, quando emergono segnali locali (Campania, Lazio, episodi come Grosseto), la risposta più efficace non è l’allarme generalizzato, ma la combinazione di sorveglianza, tracciamento, controlli sulle filiere e comunicazione chiara.
*Emanuele Montomoli è professore ordinario di Igiene e sanità pubblica all’università di Siena





