Era già tutto previsto
Paolo Benini.
«…comincia così una canzone…» e poi, puntuale, arriva il referendum. Dopo arrivano ideologie, appartenenze, narrazioni, interpretazioni. Ma tutto questo viene dopo. Prima c’è qualcosa di più semplice e più stabile: la struttura cognitiva con cui gli esseri umani prendono decisioni. Ed è lì che il campo si orienta già in partenza. Il negativity bias, descritto da Paul Rozin e Edward Royzman e sintetizzato da Roy Baumeister, indica che le informazioni negative pesano più di quelle positive: il rischio conta più del beneficio, la possibilità di perdita mobilita più della possibilità di guadagno. La Behavioral Economics ha formalizzato questo meccanismo nella loss aversion di Daniel Kahneman e Amos Tversky: le perdite percepite contano più dei guadagni equivalenti, spesso il doppio. A questo si aggiunge lo status quo bias, descritto da William Samuelson e Richard Zeckhauser, che porta a preferire ciò che già esiste, e il default effect, studiato da Eric Johnson e Daniel Goldstein, che spinge a mantenere l’opzione implicita, che nei referendum coincide quasi sempre con lo stato attuale. Quando il quesito è complesso, queste dinamiche si rafforzano ulteriormente: in condizioni di incertezza, il sistema decisionale utilizza scorciatoie conservative, tra cui la più semplice è anche la più efficace, non cambiare. Le analisi comparative su consultazioni popolari, incluse quelle riportate dalla Commissione Europea, mostrano che le proposte percepite come rischiose o poco chiare tendono più facilmente a essere respinte. Quando compare un’opzione contraria, soprattutto se accompagnata da argomentazioni che attivano percezioni di instabilità, incertezza o rischio, il quadro cambia rapidamente. Il “no” trova terreno fertile perché si aggancia a caratteristiche già presenti nel funzionamento umano. E questo vale già nel singolo individuo, figuriamoci nella collettività: la massa non è la somma delle migliori capacità dei singoli, ma spesso la sintesi delle strategie più economiche dal punto di vista cognitivo. Dentro questa cornice, il contenuto specifico del referendum diventa quasi secondario. Non perché sia irrilevante in senso assoluto, ma perché raramente questi strumenti modificano davvero abitudini e costumi profondi di una nazione; molto più spesso attivano e rendono visibili le dinamiche decisionali sottostanti. La sorpresa di chi propone il cambiamento di fronte alla rimonta del “no” è quindi solo apparente: quella rimonta è coerente con le strutture cognitive descritte, ed è spesso facilitata da campagne che, consapevolmente o meno, attivano proprio quei meccanismi di percezione del rischio, della perdita, dell’instabilità. Sul versante opposto, la paura di perdere consenso o autorevolezza può spingere chi propone verso una postura difensiva, più orientata a contenere il danno che a sostenere il cambiamento, replicando a livello collettivo la stessa logica della loss aversion. Il risultato è che il confronto si gioca meno sulla qualità intrinseca delle proposte e più sulla capacità di attivare o disattivare questi meccanismi.
Va anche chiarito un punto che potrebbe essere utilizzato come obiezione: il fatto che il “Sì” abbia comunque ottenuto una percentuale elevata, con uno scarto finale contenuto. È vero. Ma proprio questo rende ancora più interessante l’analisi. Perché ciò che emerge non è tanto la distanza finale, quanto la traiettoria: una rimonta del “No” che, per modalità e tempistiche, appare tutt’altro che casuale. Si parte da una fase iniziale in cui il “No” è poco strutturato, quasi assente sul piano organizzativo, e si arriva a un recupero progressivo che si innesta perfettamente su quei meccanismi cognitivi descritti prima: percezione del rischio, attivazione della perdita, incertezza, bisogno di mantenere lo stato attuale. A questo si aggiunge un elemento ulteriore: di fronte a questa rimonta, il fronte del “Sì”, cioè i proponenti, ha progressivamente assunto una postura difensiva. Più impegnato a proteggere il terreno che a guadagnarne di nuovo, più orientato a rispondere che a imporre il proprio frame. Le argomentazioni sono rimaste spesso sul piano del merito, ma il tono complessivo è diventato quello di chi difende, e chi difende, in contesti di questo tipo, perde quasi sempre. Anche perché quella postura era probabilmente condizionata da un ulteriore fattore: il timore che una sconfitta potesse avere ricadute politiche più ampie, mettendo in discussione equilibri già delicati.
Questo ha reso il confronto meno aggressivo, meno netto, meno capace di contrastare l’inerzia cognitiva che spinge verso il “No”. Serviva più esposizione, più chiarezza, più capacità di reggere il conflitto. E probabilmente anche una qualità diversa degli attori in campo. La consapevolezza di questi aspetti, che per chi lavora sulla prestazione umana rappresentano strumenti quotidiani, porta a una conclusione operativa: in un contesto di comunicazione pervasiva, non esiste più spazio per l’improvvisazione né per l’idea che basti “avere ragione”. Questo richiederebbe un livello medio di elaborazione che la massa, per definizione, non ha interesse né tempo di sostenere. Una parte del risultato è già orientata da queste strutture; il resto lo fa la comunicazione, qualunque forma assuma. Poi arriva la lettura politica, la rivendicazione, la narrazione ex post. Ma quello è un altro piano. Ed è qui che si inserisce un chiarimento necessario. Il modo in cui leggo questi fenomeni non nasce da un interesse per la politica, ma dal mio lavoro sulla psicologia della prestazione umana: lo studio di come l’uomo esprime le proprie azioni, di come decide, di come la sua performance venga sistematicamente condizionata da variabili cognitive, emotive e contestuali. Lo sport, in questo senso, non è un ambito separato ma un laboratorio privilegiato, perché rende visibili e misurabili processi che sono identici in ogni altro contesto. La psicologia applicata alla prestazione non si applica allo sport: usa lo sport per comprendere l’uomo. E ciò che vale per un atleta sotto pressione vale, con le dovute differenze di forma, per un elettore di fronte a una scelta complessa. È esattamente la stessa architettura che si muove. E a questo punto, lo ammetto senza alcuna fatica: anche una competenza solo discreta su questi temi, quella che mi riconosco senza alcuna presunzione, è già sufficiente per rendere estremamente faticoso discutere gli esiti di fenomeni complessi con chi non possiede nemmeno quel livello minimo. Non è una questione di superiorità, è una questione di piani cognitivi diversi. Da una parte un tentativo, magari imperfetto, di leggere i processi; dall’altra una reazione immediata, semplificata, spesso rumorosa. È una distanza che non si colma con la discussione. E infatti non la colmo. La salto. Con una certa eleganza, ma senza esitazioni. Perché non tutto merita di essere discusso, e non ogni confronto è un confronto. Alcuni sono solo perdita di tempo ben argomentata.





