L’algoritmo dei social ci ha reso tossici, potrebbe stabilirlo un tribunale
Ora possiamo dire che è stato condannato il pusher che ci ha reso dipendenti da una ‘sostanza’ nociva: una droga non chimica ma spacciata attraverso modelli matematici. È l’algoritmo dei social che ci ha resi dei tossici – scrive Gianluca Nicoletti su La Stampa -, e non è più solo una presa di posizione ideologica ma una realtà che potrebbe essere sancita dai tribunali. È un passaggio storico: l’anatema contro l’online non riguarda più solo i contenuti dannosi, ma il modo in cui sono costruiti gli algoritmi che li distribuiscono, programmati per catturare e trattenere l’attenzione. Una giuria del New Mexico ha stabilito che Meta ha danneggiato la salute mentale di bambini e ha nascosto ciò che sapeva sullo sfruttamento minorile. Una grande porzione del potere che bombarda l’emotività umana avrebbe trascurato comportamenti criminosi mentre perfezionava meccanismi di cattura dell’interesse. È prevedibile che questo tsunami giuridico creerà un precedente destinato a pesare su cause in corso e future, intentate da familiari e associazioni che accusano i social di aver contribuito a gravi scompensi psichici, fino ai suicidi. Potrebbe coinvolgere anche sistemi di Intelligenza Artificiale come ChatGpt, dove a essere messo in discussione sarà ancora l’algoritmo nel suo funzionamento, non solo nelle sue distorsioni. Non saranno le sanzioni a spaventare i giganti, ma il diritto ha cominciato a riconoscere un meccanismo di persuasione capace di cambiare la percezione del reale, le relazioni, il pensiero. Ci avviamo a essere immersi in una “matrice” animata da un codice. Lo abbiamo intuito e accettato perché rendeva più leggero l’esistere. È l’effetto delle droghe, con una differenza: l’algoritmo ha interesse a tenerci in vita, attivi e succubi il più a lungo possibile”.





