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Notizie di sport ottocentesco tra montagna e tiro a segno

Luciano Luciani.

Pochi anni dopo la proclamazione dell’Unità d’Italia (17 III 1861), le allarmate relazioni degli ufficiali medici delle Commissioni di leva posero in una luce diversa la famosa affermazione attribuita a Massimo d’Azeglio (1798-1866): “ Fatta l’Italia, bisogna fare gli Italiani”.

La Patria andava rifatta, ma non solo dal punto di vista morale, spirituale, culturale, ma andavano rifatti i suoi figli, gli Italiani. Infatti, a detta dei medici militari essi erano in gran parte bassi, rachitici, malaticci, in cattiva salute. Una situazione preoccupante per un Paese che ambiva a giocare un ruolo importante sugli scenari europei, mediterranei, coloniali.

Come contribuire a migliorare il fisico degli abitanti dello Stivale?

Migliorando l’igiene, le cure mediche e anche praticando lo sport. Questa idea era ben chiara a Quintino Sella (1827 – 1884), lungimirante ministro liberale della Destra storica. Passato alla storia solo come ideatore della famigerata tassa sul macinato (1869), il Sella fu invece uomo colto, aperto alle novità provenienti dalla Francia e dall’Inghilterra, attento ai problemi della scienza e della tecnica. Sella fu tra i fondatori del CAI. (Club Alpino Italiano) nel 1863, tanto che molti rifugi sulle Alpi gli sono ancora adesso intitolati.

La pratica della montagna, intesa come attività fisica salutare e volta a migliorare il benessere del corpo e dello spirito, sarà ripresa dalla letteratura di fine Ottocento: ne tratteranno Achille Giovanni Cagna, letterato scapigliato (1847-1931), con Alpinisti ciabattoni” ed Edmondo De Amicis (1846-1908), autore del celeberrimo Cuore, con Nel regno del Cervino. Nuovi bozzetti e racconti (1905).

Altra attività agonistica degna di nota in questi anni è il tiro a segno. La costituzione del Tiro a segno nazionale, organizzato in varie sezioni sul territorio spesso coincidenti con i capoluoghi di provincia, fu voluta da Giuseppe Garibaldi (1807-1882) per permettere a tutti i cittadini italiani di addestrarsi all’uso delle armi da fuoco e concepire così il popolo della nazione italiana come un unico esercito in armi. La legge istitutiva del tiro a segno nazionale risale all’estate 1882, un mese dopo la scomparsa dell’Eroe dei due Mondi.

In questi decenni lo sport è scarsamente diffuso in Italia. Ancora popolare il gioco del pallone, inteso come pallone al bracciale o pallone elastico, praticato dal Piemonte al Veneto, dalla Liguria alle Marche. Un’attività sportiva che ha, però, già iniziato il suo declino: tanto è vero che numerosi sferisteri, gli stadi in cui si praticava quella attività agonistica, si trasformano in poligoni di tiro. E pensare che solo pochi decenni prima Giacomo Leopardi (1798-1837) aveva dedicato al campione Carlo Didimi di Treia una canzone intitolata A un vincitore nel pallone (1821). Qui il Poeta ammira il “garzon bennato” per l’audacia nel gioco; la gioia e l’entusiasmo che gli procurano le vittorie e il favore del pubblico. In un mondo in cui la vita non riserva che delusioni e inganni e in cui anche le glorie patrie tacciono, beato chi quella vita può disprezzarla e con noncuranza affrontare l’agonismo pericoloso del gioco. Beato il campione che non perde mai di vista la meta, puntando solo alla realizzazione della fama personale ignaro della insensatezza della vita.

Il pallone elastico colpì anche l’immaginazione di Edmondo De Amicis che alla fine del secolo gli dedicò Gli Azzurri e i Rossi. Un libro di racconti pubblicato nel 1897 che parla di quel gioco, il pallone elastico, e degli indubbi effetti positivi per la salute morale e fisica della gioventù.

L’Autore, sconfortato per l’inesorabile decadenza a cui lo sport del pallone col bracciale è ormai avviato, esalta nel libro lo spettacolo di bellezza e armonia rappresentato dai giocatori in azione. De Amicis si sofferma in descrizioni attente, particolareggiate su un mondo fatto di atleti che per sopravvivere devono comunque esercitare un mestiere: ombrellaio, scritturale, o anche l’oste o il noleggiatore di cavalli, suscitando la curiosità del lettore che si appassiona al racconto di storie di partite e battaglie leggendarie trattate sempre con fine ironia e leggero disincanto.

Un altro aspetto importante del libro si evidenzia nell’esposizione quasi figurativa delle tribune dello sferisterio, piene di rumorosi spettatori di ogni ceto e classe sociale: impiegati e artisti, studenti e bottegai, uniti nella passione comune del gioco; dimentichi di affanni e preoccupazioni quotidiane, attenti alla partita che annulla ogni disparità e disuguaglianza, essi vivono insieme la trepidazione della gara. In questi racconti sembra si realizzi l’ideale deamicisiano interclassista, basato sulla pacifica convivenza degli uomini solidali fra loro, una fragile utopia che può esistere solo tra le mura di uno sferisterio. In molte pagine rimangono indelebili anche le figure di alcuni campioni del tempo, ultimi rappresentanti di ideali eroici e cavallereschi che incarnano lo spirito di avventura di un tempo mitico che presto soccomberà di fronte agli ingranaggi inesorabili della civiltà industriale. Ecco apparire Giulio Mazzoni, l’”Anteo del Bisenzio” e altri come Domenico Bossotto e Gennaro Banchini, ai quali l’Autore dedica il libro.

Alla fine insieme alla rievocazione di scene di partite, scritte con eleganza e spirito divertito e partecipe, si coglie un sentimento di malinconia verso un’epoca sportiva legata alla gioventù, stagione che presto svanisce, lasciando rimpianti in chi, come l’Autore, ha ormai il “ventre tondo” e l’ “occipite spennacchiato”.

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