Domenico, gli errori e il senso di responsabilità
Battista Falconi su StartMag unisce tra casi, molto diversi da loro, ma che sono uniti da una parola: responsabilità. Scrive: “È impensabile che le persone che hanno concorso alla morte di Domenico l’abbiano fatto intenzionalmente; è impossibile che gli errori da loro commessi siano dovuti a un’intenzione ma anche a una distrazione. Siamo certi che chi espianta e trasporta un cuore da donare a un bambino lo faccia con il massimo della cura. Passando da un tema così straziante della cronaca a uno enormemente meno importante, la nuova gaffe di Rai Sport dopo quelle del dimissionato Paolo Petrecca, possiamo applicare la considerazione in modo più chiaro.
Come è possibile che persone impegnate a commentare le Olimpiadi invernali, giornalisti del servizio pubblico, professionisti di quell’attività, ignorino o sottovalutino il pericolo dei fuori onda, stranoto per decine di scandali nati da una battuta fuori luogo, registrata o mandata in onda, per errore o subdolamente? In questo caso, al di là del pessimo gusto della frase antisemita (o antisionista? Non si sa mai come definire chi se la prende con gli israeliani), viene da ipotizzare più semplicemente che la sottovalutazione sia dovuta a stupidità. Del resto tutta la vicenda Rai, dalla testata sportiva al caos apicale che investe Cda e Commissione di vigilanza, può esser letta con la lente della mediocrità. Persone magari capaci nel loro mestiere ma psicologicamente, caratterialmente, moralmente inadeguate a sostenere ruoli così importanti.
Sarà stato così anche per Domenico? Sarebbe terribile ma è l’unica spiegazione plausibile, escludendo quella intenzionale. Ed è quella applicabile a mille altri comportamenti che tutti assumiamo di continuo, personaggi pubblici e common people. L’odio social, l’hating delle dichiarazioni, il referendum trasformato in un duello, anzi in una “lotta nel fango”, i dazi aumentati in risposta a una sentenza, i falli di reazione che trasformano la ragione in un mezzo torto…
Forse, per orientarci e provare a recuperare un minimo di equilibrio, potremmo tenere come segnavia la desueta idea di peccato. Come senso di responsabilità, non di colpa. Riflettere che tutti siamo inevitabilmente imperfetti, che commettiamo errori non per un nostro limite specifico ma per un difetto di fabbrica della produzione, aiuterebbe a essere meno arroganti, protervi, tronfi e certi delle nostre ragioni. Stimolerebbe alla cautela verso qualunque questione, soprattutto verso chi sostiene posizioni diverse dalle nostre. Poi magari questo non porterebbe a conclusioni certe e soluzioni immediate, ma farebbe vivere più modestamente e mestamente tranquilli. Cercando di evitare i nostri errori e di essere comprensivi con quelli altrui.
Poi il male esiste, per carità. Pare ne sia un esempio emblematico il poliziotto che avrebbe assassinato a sangue freddo un pusher a Rogoredo, cercando di coprirsi con la sua autorità di ufficio mentre pare fosse uso farsi passare mazzette di soldi e sostanze dagli spacciatori. Per questo sarebbe stato prudente non assumere lui e i suoi colleghi pregiudizialmente come paladini del bene”.





