#ECONOMIA

Storia dei motori, arretratezza dell’industria automobilistica italiana

Roberto Pizzi.

All’inizio degli anni Trenta, la motorizzazione italiana era ben lontana da quello sviluppo a livello di massa conosciuto negli Stati Uniti d’America, ed anche in altri paesi d’Europa nei confronti dei quali il nostro Paese rappresentava il fanalino di coda.  Oltre che nella generale scarsità di mezzi di un’economia basata ancora, in prevalenza, sull’agricoltura, la situazione era aggravata dalle spese militari sostenute nei primi decenni del Novecento, che avevano prosciugato gran parte delle già scarse disponibilità destinate ai consumi interni. La guerra del 1915-18 aveva ulteriormente depresso l’economia, riducendo quasi in miseria vasti strati della popolazione. Nel decennio tra il 1920 ed il 1930 si assiste ad una vera e propria falcidia di quelle industrie motoristiche che, pur potenzialmente valide sul piano tecnico, cessate  le commesse militari, non riescono a riconvertire la loro attività. La ricerca di un’auto utilitaria di larga diffusione che potesse ridare fiato all’economia e alle industrie nazionali  si scontra con le ristrettezze economiche di vasti strati sociali e con la mentalità tipica degli italiani che da sempre (ancora oggi) considerano l’auto uno status symbol e difficilmente sono disposti ad acquistare una vettura modesta, dalla apparente fragilità, magari con la carrozzeria in legno e tela. Al contrario di quanto avveniva, in quegli anni, in Francia, Germania e Gran Bretagna, anch’ esse alle prese con i problemi derivanti dall’ultimo conflitto e dalla crisi americana del ’29, ma dove l’auto era considerata solo un mezzo di trasporto. L’industria motoristica nazionale sopravvive essenzialmente, negli anni ’20, grazie alle esportazioni che all’inizio del decennio raggiungono circa il 60% del suo prodotto. Proprio in previsione di un successo all’estero, oltre che di un incremento delle vendite sul mercato interno, la FIAT – maggiore industria motoristica nazionale attiva non solo nel settore dell’auto – nel 1919 offre al mercato un modello che segna una pietra miliare nella diffusione della motorizzazione: la 501. Prodotta fino al 1926, viene in pratica sostituita dalla 509, modello veramente utilitario anche nei consumi.

Al cessare della produzione della 509, nel 1929,  viene messa sul mercato la 514,  fino al 1932, quando viene presentata quella che è ancora oggi ricordata come la più famosa utilitaria della Fiat (prima della Topolino): la Balilla. Il regime fascista, ormai consolidato, all’inizio del terzo decennio del ‘900 persegue una politica tendente a far riconoscere all’Italia una serie di primati che ne avvicinino il prestigio a quello delle altre nazioni europee, ma per quanto riguarda la motorizzazione privata si è ancora ben lontani dai numeri esibiti da queste ultime. Inoltre le esportazioni, in conseguenza della crisi del ’29, si sono drasticamente ridotte e subiscono un durissimo colpo dalla politica deflazionista simboleggiata dalla “quota 90”, ossia dalla rivalutazione, fino a tale livello, della lira nei confronti della sterlina. La Fiat prova a stimolare il mercato con la 508 “Balilla” e poi con la 509 , raggiungendo più ampi strati della popolazione. La circolazione delle automobili private aumenta, rimanendo però su un livello ancora insufficiente. Bisognerà attendere il perfezionamento della 508 con il modello a quattro marce  e poi, nel 1937 la nuova “Balilla 1100”, chiamata anche ufficiosamente “1100 musone”, che  sarà uno dei modelli Fiat più fortunati. La nascita nel 1936 della 500 “Topolino” permetterà alla motorizzazione privata l’avvicinamento ad un pubblico più vasto. Questo fino all’inizio del secondo conflitto mondiale, nel 1940, che azzererà i progressi raggiunti.

Dopo la catastrofe bellica l’Italia si ritrovava, nel 1945, con un reddito nazionale  ridotto alla metà di quello del 1938. Ancora nel 1946 il Meridione era percorso da treni che procedevano a passo d ‘uomo, fra un ponte semidistrutto e un campo minato, l ‘acqua era venduta a caro prezzo, a sud di Latina era tornata la malaria e l’Appennino era infestato dal brigantaggio. Eppure, in pochi anni, l’Italia si risollevava dalle distruzioni e iniziava un cammino di riscatto dalla miseria.

Grazie agli aiuti internazionali, alla liberalizzazione del commercio con l’ estero degli anni Cinquanta, alla volontà ed alla fantasia italiana, in poco più di un decennio l’economia giungeva al “miracolo economico” degli anni ‘60. L‘aumento delle importazioni di petrolio e del consumo di altre materie prime indicavano la rapida espansione dell’uso di mezzi automobilistici e dei macchinari da parte dei consumatori e delle industrie. In questo periodo si verificarono spostamenti di popolazione mai riscontrati prima, tanto in termini di utenze di strade e autostrade, quanto in termini di cambiamento di occupazione e residenza. Il numero delle patenti di guida rilasciate ogni anno, nel periodo che va dal 1952 al 1962, passò da 225.099 a 1.250.400 e solo nel 1962 furono rilasciate 531.200 patenti nuove, che raddoppiò nel 1960. Le strade italiane, che erano assolutamente inadeguate, vennero migliorate con la realizzazione dell’ Autostrada del Sole, che collegava Milano a Salerno. Nell’ottobre del 1964, quando fu completata, erano già iniziati i lavori per la sua estensione da Salerno a Reggio Calabria e altre autostrade erano in fase di progettazione, o di appalto, od erano già in costruzione. 

Gli automezzi lasciati in Italia dalle truppe americane dettero un fondamentale aiuto. Per almeno tre anni dalla fine della guerra l’industria automobilistica italiana non fu in grado di produrre mezzi  sufficienti. Le officine meccaniche si diffusero e permisero sufficienti manutenzioni dei mezzistranieri rimasti nella penisola.  I mercati erano riforniti sempre più tempestivamente e l’economia poté mantenersi su alti livelli di sviluppo, offrendo maggiori opportunità per tutti. Poi  arrivò sul mercato il camion Fiat 682 (nato nel 1952), ed a portare una ventata di dinamismo e di libertà per migliaia di persone – che poterono scoprire luoghi mai visti prima ed arricchire le proprie esperienze – vennero,  la Vespa della Piaggio e la Lambretta della Innocenti, che fecero camminare il paese con le proprie gambe (sarebbe meglio dire sulle proprie ruote)

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